20/02/2026
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“𝗜𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗴𝗹𝗶 𝗵𝗼 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗻𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲. 𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗳𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗶̀?”
𝘛𝘳𝘢𝘶𝘮𝘢, 𝘴𝘵𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘦, 𝘤𝘢𝘯𝘪𝘭𝘦 𝘦 𝘳𝘪𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘦.
Immagina due situazioni che potrebbe aver vissuto il tuo cane.
La prima è questa: lo hai conosciuto tramite un post, lo hai adottato dal Sud Italia e ti è stato portato in un’area di sosta con una staffetta.
Per arrivare a quell’area di sosta, il tuo cane è stato catturato, ha passato forse qualche giorno in stallo con altri cani sconosciuti, è stato passato di mano in mano fino a quando qualcuno lo ha caricato su un furgone.
Inizia il viaggio dentro una gabbia, tra altre gabbie piene di cani, rumori, odori forti, soste improvvise, curve e frenate.
Nessuna possibilità di scegliere, nessun punto di riferimento.
Nel secondo caso, hai adottato il tuo cane che arriva da un canile, dopo giorni, mesi o a volte anni trascorsi in un box, tra cancelli che sbattono, latrati continui di altri cani, routine rigide e pochi riferimenti stabili.
𝘛𝘳𝘢𝘶𝘮𝘢, 𝘴𝘵𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘦, 𝘤𝘢𝘯𝘪𝘭𝘦 𝘦 𝘳𝘪𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘦.𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘢𝘥𝘦, 𝘱𝘰𝘪 𝘤𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘦𝘤𝘤𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪, 𝘮𝘢 𝘭𝘦 𝘦𝘤𝘤𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘰 𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘦𝘨𝘶𝘦𝘯𝘻𝘦 𝘥𝘦𝘴𝘤𝘳𝘪𝘵𝘵𝘦 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘢𝘳𝘵𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰.
In entrambi i casi, quando finalmente, dopo questa odissea, il cane che avete adottato varca la soglia di casa vostra, pensiamo che il peggio per lui sia alle spalle. “Adesso starà bene”: questo è ciò che vorremmo ci riconoscesse da subito, la gratitudine di essere noi a farlo stare finalmente bene.
𝙇𝙖 𝙞𝙢𝙢𝙖𝙜𝙞𝙣𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙪𝙣𝙖 𝙜𝙧𝙖𝙩𝙞𝙩𝙪𝙙𝙞𝙣𝙚 𝙙𝙤𝙫𝙪𝙩𝙖 𝙖𝙡 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙤 𝙖𝙢𝙤𝙧𝙚.
E invece, alcune volte, accade qualcosa che non avevamo previsto, anzi che non ci spieghiamo il perchè accade.
Il cane che abbiamo adottato, se ci avviciniamo, si ritrae.
Evita il nostro sguardo, si sposta quando entriamo nella stanza dove si è rifugiato, resta ai margini, si isola come se la casa non fosse davvero anche la sua.
Ma c’è anche quello che invece reagisce: ci ringhia quando ci avviciniamo troppo a lui, scatta se ci percepisce alle spalle, difende lo spazio dove si rifugia con un’intensità che ci lascia senza parole.
𝙄𝙣 𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙢𝙗𝙞 𝙞 𝙘𝙖𝙨𝙞 𝙖𝙛𝙛𝙞𝙤𝙧𝙖 𝙡𝙖 𝙨𝙩𝙚𝙨𝙨𝙖 𝙛𝙧𝙖𝙨𝙚, 𝙙𝙚𝙩𝙩𝙖 𝙖 𝙫𝙤𝙘𝙚 𝙖𝙡𝙩𝙖 𝙤 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙥𝙚𝙣𝙨𝙖𝙩𝙖: “𝙄𝙤 𝙣𝙤𝙣 𝙜𝙡𝙞 𝙝𝙤 𝙛𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙣𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚́ 𝙛𝙖 𝙘𝙤𝙨𝙞̀ 𝙘𝙤𝙣 𝙢𝙚?”.
Ed è vero. Tu non gli hai fatto proprio niente!
Ma il suo corpo ha imparato qualcosa prima di arrivare da te, prima che tu lo accogliessi all’area di sosta o lo adottassi dal canile.
Quando un’esperienza è stata particolarmente intensa e spaventosa per il cane, il suo cervello non conserva un racconto ordinato come facciamo (o meglio, pensiamo di fare) noi.
Nel cane si attiva una traccia emotiva. L’amigdala, che è il centro emotivo del cervello, registra un collegamento tra ciò che è accaduto e lo stato di allarme che ne è seguito.
Come ha spiegato il neuroscienziato Joseph LeDoux, la memoria della paura non si cancella semplicemente con il passare del tempo, rimane dentro.
Può restare silente, ma rimane lì, sotto traccia, e può riattivarsi quando qualcosa, anche solo vagamente, assomiglia al suo vissuto: una mano che si avvicina troppo velocemente, una porta che si chiude di colpo, un corpo che lo sovrasta, un tono di voce più alto del solito.
Non è un ricordo consapevole del cane, fatto di parole o collegamenti solo ad una specifica esperienza (è successo lì); è una reazione del suo sistema nervoso che si prepara a proteggere la sua vita emotiva e fisica.
Nel cane arrivato con una staffetta, la perdita di controllo può essere stata totale: essere afferrato, contenuto, spostato senza poter decidere nulla.
Non sorprende che, una volta in casa, scelga la distanza come strategia. Evitare l’umano, per lui, diventa il modo più sicuro per non rivivere quella sensazione.
Nel cane proveniente dal canile, lo stress cronico, la frustrazione, l’iperstimolazione continua possono aver abbassato la soglia di reattività e reso l’animale più sensibile a tutto.
Così, in un ambiente nuovo, dove tutto è ancora incerto, la difesa può diventare anche reattiva: meglio allontanare subito ciò che potrebbe essere pericoloso.
Allora non è ingratitudine del cane che hai adottato. Non è cattiveria. Non è una sfida personale contro di te. È un sistema emotivo e percettivo che si è organizzato per sopravvivere quando tu non c’eri ancora.
In questi casi, parlare di riabilitazione comportamentale è una necessità. La riabilitazione è possibile perché esiste la plasticità cerebrale, presente nei mammiferi. E questo non è il mio punto di vista: lo dicono le neuroscienze e l’etologia cognitiva.
Se la memoria della paura non si cancella, può però essere modulata da nuove esperienze ripetute e coerenti. Non si tratta di “farsi voler bene” dal nostro cane o di dimostrare di essere diversi da chi c’era prima di noi nella sua vita. Si tratta di offrire al suo sistema nervoso condizioni sufficientemente stabili da permettergli di costruire una nuova previsione: qui non devo difendermi, forse la mia vita non è poi così br**ta con gli umani.
Riabilitare il cane significa ridargli il controllo della situazione, diventare prevedibili nei gesti e nei tempi, grazie alle nuove esperienze che gli si presentano. Nel cane che evita, vuol dire accettare che sia lui a decidere quando avvicinarsi a noi, senza imporgli la nostra vicinanza. Nel cane che reagisce, riabilitare significa lavorare affinché non senta più il bisogno di usare l’aggressività per sentirsi al sicuro. È un percorso che richiede competenza, pazienza e, spesso, il supporto di professionisti realmente formati in ambito comportamentale.
Non si avranno risultati immediati, non saranno neppure lineari, ma è qualcosa di possibile.
Il giorno in cui quel cane, senza clamore, resterà qualche secondo in più accanto a te o smetterà di irrigidirsi quando ti chini, non sarà perché ha dimenticato il passato. Sarà perché il suo sistema nervoso ha raccolto abbastanza prove per abbassare la guardia.
Ed è in quel momento, silenzioso e fragile, che comincia davvero la relazione. E una nuova vita da vivere insieme a voi.
Attilio Miconi
𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
LeDoux, J. (1996). The Emotional Brain.
LeDoux, J. (2015). Anxious.
Miklósi, Á. (2015). Dog Behaviour, Evolution, and Cognition.
Hare, B., & Tomasello, M. (2005). Human-like social skills in dogs. Trends in Cognitive Sciences.
Bouton, M. E. (2004). Context and behavioral processes in extinction. Learning & Memory.