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09/06/2026

Dal veterano Coffee al giovane Gin, storie di attesa e seconde possibilità sul tappeto rosso di via Germagnano 8

Inoltre la notte personalmente stacco la presa dell' antenna del mio modem wifi.
29/05/2026

Inoltre la notte personalmente stacco la presa dell' antenna del mio modem wifi.

Per minimizzare l’esposizione ai campi elettromagnetici, l’Appa Bolzano consiglia di navigare sul web utilizzando la connessione alla rete Wi-Fi piuttosto che quella alla rete mobile, soprattutto in casa ma anche all’aperto. Video su YouTube. Se si parla di campi elettromagnetici si pensa subi...

27/05/2026
27/05/2026

Il vecchio cane non si alzava mai per nessuno, finché un uomo sconosciuto pianse davanti al suo box.

Mi chiamo Ginevra e lavoro da anni in un piccolo rifugio per animali, in una cittadina dell’Emilia.

Credevo di essermi abituata a tutto.

Ai cani lasciati davanti al cancello.

Ai gatti trovati dentro scatoloni umidi.

Alle persone che arrivavano con gli occhi bassi, stringendo il guinzaglio come se fosse l’ultima cosa rimasta di una vita intera.

E anche a quelle che se ne andavano in fretta, senza voltarsi.

Poi c’era Nino.

Nino era un vecchio meticcio, con il muso bianco, gli occhi un po’ velati e le zampe lente. Non era il cane che la gente notava subito.

Non abbaiava.

Non saltava contro la rete.

Non faceva niente per farsi scegliere.

Stava sulla sua coperta, in silenzio, e guardava.

Eppure, per noi, Nino era speciale.

Lo chiamavamo il nostro cane da supporto.

Non perché sapesse fare chissà cosa.

Non dava la zampa a comando, non portava palline, non faceva scena.

Faceva una cosa molto più rara.

Capiva chi stava male.

Si avvicinava sempre alla persona più stanca, anche quando quella persona sorrideva.

Con i bambini timidi si sedeva piano, senza spaventarli.

Con gli anziani appoggiava il muso sulla scarpa.

Con i volontari esausti rimaneva vicino, zitto, come se dicesse: “Non devi spiegarmi niente.”

Un martedì mattina arrivò il signor Russo.

Avrà avuto poco più di settant’anni. Portava una giacca pulita, un maglione semplice e un piccolo sacchetto di biscotti per cani in mano.

Aveva quel modo educato di certi uomini anziani che chiedono scusa anche quando non danno fastidio.

«Sono venuto solo a dare un’occhiata», disse subito.

Io sorrisi.

Quella frase la conoscevo bene.

La dicono spesso le persone che hanno paura di affezionarsi.

Lo accompagnai lungo i box. I cani più giovani abbaiavano, scodinzolavano, giravano su se stessi.

Il signor Russo li guardava con gentilezza, ma restava distante.

Poi arrivammo davanti a Nino.

E lì successe una cosa strana.

Nino si alzò.

Piano, con fatica, ma senza esitazione.

Andò fino alla rete, appoggiò il muso contro le sbarre e fece un lamento basso.

Io rimasi ferma.

Nino non lo faceva mai.

Il signor Russo strinse il sacchetto nella mano.

«Come si chiama?» chiese.

«Nino.»

Lui abbassò lo sguardo.

«Assomiglia al cane che aveva mia moglie.»

Non disse altro.

Ma il suo viso cambiò.

Da quel giorno tornò ogni martedì.

Sempre alla stessa ora.

Sempre con la stessa frase.

«Vengo solo a salutare Nino, Ginevra. Niente di più.»

Gli portava un biscotto, chiedeva se aveva mangiato, poi si sedeva sulla panchina vicino al cortile.

Nino gli si sdraiava accanto ai piedi.

Non chiedeva carezze.

Non insisteva.

Stava lì.

A volte, nella vita, basta quello. Qualcuno che resta senza fare domande.

Dopo qualche settimana gli chiesi piano:

«Non ha mai pensato di portarlo a casa?»

Il signor Russo si voltò subito dall’altra parte.

«No. Alla mia età non si cominciano più certe cose.»

Io non risposi.

Lui accarezzò la testa di Nino con una mano che tremava appena.

«Mia moglie è morta cinque anni fa. Il nostro cane se n’è andato pochi mesi dopo. Da allora, l’appartamento è diventato troppo silenzioso.»

Fece una pausa.

«Non voglio passare di nuovo da lì. Volere bene a un cane vuol dire sapere già che un giorno ti spezzerà il cuore.»

Nino alzò il muso verso di lui.

Il signor Russo sorrise appena, ma aveva gli occhi lucidi.

«Non ho paura di stare solo, Ginevra. Ho paura di aver bisogno di qualcuno un’altra volta.»

In quel momento Nino infilò una zampa sotto la rete e la posò sulla scarpa del signor Russo.

Lui chiuse gli occhi.

Poi pianse.

Non forte.

Non in modo teatrale.

Pianse come piangono le persone che hanno tenuto tutto dentro per troppo tempo.

Il giorno dopo, Nino non si alzò quando entrai.

Respirava piano. Gli occhi erano aperti, ma il corpo sembrava più stanco del solito.

Il veterinario disse che il cuore era debole. Nino aveva bisogno di calma, non di rumori, porte che si aprivano, voci diverse ogni giorno.

Aveva bisogno di una casa.

Magari non per anni.

Magari solo per un tratto di strada.

Chiamai il signor Russo.

Rimase in silenzio a lungo.

Poi disse:

«Non so se sono abbastanza forte.»

Io guardai Nino, disteso sulla coperta.

«Forse Nino non ha bisogno di un uomo forte», risposi. «Forse ha bisogno solo di un uomo che rimanga.»

Quella sera il signor Russo tornò.

Non aveva biscotti.

Aveva un vecchio guinzaglio di cuoio.

«Era ancora in un cassetto», disse. «Pensavo che non mi sarebbe più servito.»

Quando aprii il box, Nino uscì lentamente.

Non corse.

Non saltò.

Camminò fino al signor Russo e appoggiò la testa contro la sua gamba.

Come se lo avesse sempre saputo.

Il signor Russo si piegò con fatica.

«Non ti prometto tanto tempo, vecchio mio», sussurrò. «Ti prometto oggi. Domani vediamo.»

Io firmai i documenti con gli occhi pieni.

Quel giorno non vidi solo un cane lasciare il rifugio.

Vidi due solitudini tornare a casa insieme.

Tre settimane dopo ricevetti una foto.

Nino dormiva su un tappetino, accanto a una poltrona consumata. Vicino c’erano una tazza di caffè e un paio di pantofole.

Dietro la foto, il signor Russo aveva scritto:

“Dorme molto. Io ho ancora paura di perderlo. Ma la mattina sento un altro respiro in casa. Per ora, mi basta.”

Appesi quella foto alla bacheca del rifugio.

Sotto scrissi una frase semplice:

A volte non siamo noi a salvare un cane.

A volte è un cane anziano a riportare a casa un uomo che si era perso in silenzio.

Scopri altre belle storie con Cose Che Ti Fanno Pensare.

09/05/2026

Il bambino era dietro il mio cancelletto, con il labbro spaccato, e stringeva il cane come se fosse l’unica casa rimasta.

«Per favore, non mi mandi indietro», disse.

Si chiamava Elio. Aveva dodici anni, ma sembrava più piccolo. Magro, le spalle strette, gli occhiali tenuti insieme con un pezzetto di nastro adesivo. Lo zaino gli pendeva da una spalla, aperto, come se fosse scappato senza nemmeno pensare a chiuderlo.

Io rimasi fermo un secondo.

Non perché non sapessi cosa fare.

Ma perché certe paure, quando le vedi negli occhi di un bambino, ti entrano dritte nello stomaco.

Balù, il mio vecchio cane, si mise davanti a lui.

Balù non era mai stato coraggioso, almeno non nel modo in cui la gente immagina il coraggio. Era un cane anziano, un meticcio color miele, pesante, lento, con il muso bianco e una cicatrice lunga sulla schiena.

Di solito dormiva sul tappeto dell’ingresso e faceva finta di non sentire quando lo chiamavo.

Quel giorno, invece, si piazzò davanti a Elio come un muro.

Io mi chiamo Giuseppe, ho sessantasette anni e per quasi tutta la vita ho fatto il postino alla periferia di Bologna. Ho camminato per anni tra villette, palazzine basse, cortili piccoli, portoni sempre uguali.

Quando fai quel mestiere, impari a notare le cose.

Una tapparella sempre abbassata.

Un bambino che rallenta prima di arrivare a casa.

Una madre che sorride troppo in fretta.

Una porta che si chiude appena passi.

Elio lo avevo visto per la prima volta a fine estate.

Stava fuori dal mio cancelletto e guardava Balù, che dormiva mezzo storto sotto la panchina del cortile.

«Il suo cane sembra uno che ha bisogno di essere spazzolato», mi disse.

Era una scusa così fragile che mi fece quasi tenerezza.

Non gli chiesi niente. Presi solo una vecchia spazzola dal ripostiglio e aprii il cancelletto.

Da quel giorno tornò spesso.

Non sempre. Non a orari precisi. Ma abbastanza perché Balù cominciasse ad alzare la testa prima ancora che Elio suonasse.

Il bambino parlava poco con me.

Con Balù, invece, parlava.

Gli raccontava della scuola, dei compiti, di una professoressa che gli aveva detto bravo sottovoce, così piano che quasi nessuno aveva sentito.

A volte gli raccontava che in classe qualcuno gli prendeva in giro gli occhiali.

Di casa sua, mai una parola.

Io non insistevo.

A una certa età impari che non tutti chiedono aiuto dicendo “aiutami”. Alcuni si siedono su una panchina. Alcuni accarezzano un cane. Alcuni restano un po’ più del necessario vicino a una porta che non li spaventa.

Io gli lasciavo un bicchiere d’acqua, una fetta di pane con un po’ di formaggio, qualche volta una spremuta.

All’inizio non prendeva niente.

Poi cominciò a mangiare piano, come se dovesse chiedere scusa anche per quello.

Un pomeriggio Elio passò le dita sulla schiena di Balù.

Toccò la cicatrice nascosta sotto il pelo.

«Chi gliel’ha fatta?» chiese.

Io appoggiai le mani sulle ginocchia.

«Una persona che non sapeva tenere dentro la propria rabbia», dissi.

Elio smise di spazzolare.

«E come ha fatto Balù ad andare via?»

«Qualcuno se n’è accorto», risposi. «Qualcuno ha parlato. E lui è stato portato al sicuro.»

Elio abbassò gli occhi.

La manica della felpa gli salì un poco. Vidi dei segni scuri sul polso. Troppo netti per essere una caduta.

Non alzai la voce. Non feci domande pesanti.

Dissi solo: «Elio, quando qualcuno ti fa male, non è colpa tua.»

Lui non rispose.

Si chinò e appoggiò la fronte sulla testa di Balù.

Rimase così a lungo.

Da quel giorno, quando non veniva, io guardavo spesso verso la strada. Facevo finta di sistemare le piante. In realtà aspettavo lui.

Poi arrivò quel pomeriggio.

Elio era dietro il cancelletto. Il labbro spaccato. Gli occhiali rotti. Gli occhi pieni di una paura che nessun bambino dovrebbe conoscere.

«Per favore, non mi mandi indietro.»

Aprii subito.

«Entra, Elio.»

Lui fece un passo solo quando Balù si mosse con lui.

Si sedette per terra nell’ingresso, vicino al cane. Non sulla sedia. Non sul divano. Per terra, come se non si sentisse autorizzato a occupare spazio.

Io restai a distanza.

«Ti hanno fatto male a casa?» chiesi piano.

Elio annuì appena.

Quel piccolo movimento mi fece più male di un urlo.

Andai in cucina, lasciando la porta aperta, e chiamai il numero di emergenza. Dissi che avevo un bambino ferito in casa, che aveva paura di tornare indietro, che non lo avrei lasciato solo.

Quando tornai, Elio era in piedi.

«Adesso sarà peggio», sussurrò.

Io lo guardai.

«No», dissi. «Adesso qualcuno ti ha visto.»

Fu allora che sentimmo bussare forte al cancelletto.

Elio si irrigidì.

Balù si alzò.

La voce fuori chiamò il suo nome. Non con preoccupazione. Con rabbia trattenuta. Una di quelle voci che fanno diventare piccolo anche un adulto.

Io andai alla porta.

Balù venne accanto a me.

Aprii solo a metà.

«Il bambino resta qui finché non arrivano le persone giuste», dissi.

Da fuori arrivò una frase secca.

«Non sono affari suoi.»

Guardai Elio dietro di me. Guardai Balù, fermo sulle zampe, vecchio e stanco, ma deciso come non lo avevo mai visto.

Poi risposi: «Un bambino che chiede aiuto è affare di tutti.»

Non gridai.

Non serviva.

Bastava non spostarsi.

Dopo, arrivarono gli operatori e le persone del pronto intervento. Ci furono domande, fogli, telefonate, voci basse. Elio parlò poco. Ma parlò.

E ogni volta che si bloccava, Balù gli appoggiava il muso sulla scarpa.

Quella sera Elio venne portato in un posto sicuro.

Prima di uscire, mi chiese se Balù poteva andare con lui.

Non poteva.

Allora gli diedi la vecchia spazzola.

«Gliela riporti tu», gli dissi.

Passarono settimane. Poi Elio cominciò a tornare. Prima per poco. Poi per un pomeriggio intero. Tutto con calma, con permessi, colloqui e tanta pazienza.

Non fu una favola.

Le ferite vere non spariscono perché qualcuno ti abbraccia una volta.

Ma un giorno Elio suonò il campanello senza tremare.

Un altro giorno mangiò due fette di pane senza dire “scusi”.

Un altro ancora rise perché Balù era inciampato nella sua stessa coperta.

E io capii che forse quello era guarire.

Non dimenticare.

Solo respirare un po’ meglio.

Un anno dopo, Elio era seduto nel mio cortile. Più alto, con gli occhiali nuovi e le guance meno vuote.

Balù era sdraiato accanto a lui.

Elio gli passava la spazzola sul pelo, piano, come la prima volta.

Poi toccò la cicatrice sulla schiena del cane.

«Io pensavo che quando una cosa è rotta, la gente non la vuole più», disse.

Mi si chiuse la gola.

Elio guardò Balù.

«Però lei lo ha tenuto.»

Poi guardò me.

«Allora ho pensato che forse poteva valere anche per me.»

Mi voltai verso il cancelletto e feci finta di controllare la serratura.

Non volevo che mi vedesse piangere.

A volte salvare qualcuno non comincia con un gesto enorme.

Comincia con un cancelletto aperto, un vecchio cane fedele e un adulto che finalmente non gira la faccia dall’altra parte.

Scopri altre belle storie con Cose Che Ti Fanno Pensare.

19/04/2026

Domani partiranno loro, potrebbe essere l' ultimo viaggio dell' anno, spiace per i cuccioli ma la situazione ormai è insostenibile.
Per chi volesse aiutarci:
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PAYPAL: [email protected]

19/04/2026
08/01/2026

🖤 Ciao Pepito. 🌈

Abbiamo provato.
Lo dovevamo a lui e lo dovevamo a tutti voi.

Pepito era stato trovato per strada e poi arrivato da noi stremato, magrissimo.
Il tumore al naso era solo una parte della sua sofferenza: il resto lo aveva fatto il tempo, la strada, la fame, l’abbandono.
Abbiamo tentato di dargli una possibilità, grazie anche al sostegno e all’affetto che in tantissimi gli avete dimostrato.

Purtroppo il suo corpo era troppo provato e il suo cuore non ha retto.

Pepito è mancato, ma non come era stato trovato.
È andato via al caldo, seguito, curato, con qualcuno che stava provando a salvarlo, e questo, per noi, fa una grande differenza

Vogliamo dire grazie, con tutto il cuore, a chi ha donato, a chi ha scritto un messaggio, a chi ha pensato a lui anche solo per un momento.
Ogni gesto non è stato inutile: ci ha permesso di provarci, di non arrenderci subito, di accompagnarlo con dignità fino alla fine.

Le vostre donazioni continueranno a vivere negli altri gatti fragili che abbiamo in cura, in quelli che, come Pepito, arrivano troppo tardi ma non devono andarsene da soli.

Noi continueremo a fare quello che facciamo sempre:
provarci, a almeno cercare di dare loro una vita dignitosa per il tempo che resta.

Grazie, perché senza di voi non avremmo potuto nemmeno provarci. 🐾🖤

31/12/2025

Nessuno si è proposto per loro... e se nemmeno loro, abbandonati in modo triste, meritano compassione...non sappiamo più che fare.
Ci servono stalli, lo sappiamo che è la settimana di Natale, ma proprio per questo aprire il vostro cuore e casa vostra a dei trovatelli... Alle spese ci pensiamo noi

ABBANDONATI IN UN TRASPORTINO UNA SERA DI DICEMBRE: NERONE E PERLA CERCANO STALLO URGENTE (su Torino e dintorni senza altri animali)

Nerone e Perla sono una di quelle segnalazioni che ti lasciano l'amaro in bocca. ABBANDONATI IN UN TRASPORTINO in mezzo alla strada al freddo.

Chi ce li ha segnalati li ha messi in sicurezza, e la ringraziamo infinitamente. Ma al momento sono in un bagno perché ha altri animali e non può tenerli.

Cerchiamo per loro uno stallo, una casa sicura che gli faccia dimenticare l'abbandono subito.

Spese veterinarie e cibo saranno a carico nostro, e provvederemo anche a trovargli adozione per fargli avere la famiglia che meritano.

Ma intanto, li potete accogliere? Cerchiamo uno stallo non troppo breve, qualcuno che ci sia sotto le feste e ci dia il tempo di cercare loro adozione senza sballottarli troppo, dato quello che hanno subito.

Per proporvi potete mandare una mail a [email protected] oppure SMS/whatsapp a Caterina al numero 380 357 0236

Grazie

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Turin

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