11/10/2025
"- Se il tuo cane non torna da te quando lo chiami, è perché non sei abbastanza interessante.
- Se non va d'accordo con gli altri cani, è perché non lo hai fatto socializzare: è colpa tua, che sei troppo apprensiva.
- Se il tuo cane non gioca con te, è perché non sei capace: non ci metti abbastanza entusiasmo.
- Se il tuo cane non ti ascolta, è perché non avete una buona relazione.
Ho sentito ripetere queste asserzioni innumerevoli volte in questi 17 anni di lavoro e trovo che, in alcuni specifici casi, esse potrebbero anche risultare veritiere, almeno in parte.
Eppure ogni volta che mi è capitata la sfortuna di dover ascoltare tali affermazioni, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quanto tutto questo giudizio, orientato a far sentire il "proprietario medio" un inadeguato incapace, è utile a migliorare davvero la relazione tra l'umano e il cane?
E quanto dolore possono generare frasi o sottintesi di questo genere?
Cari colleghi, diciamoci la verità: la maggior parte di noi ha scelto di svolgere questo mestiere perché si è autovalutato più abile nell'interazione con gli Animali che con quella con i propri simili.
Questo lo comprendo: una volta, anche per me era così.
Poi fu proprio un cane che mordeva le persone a mostrarmi che potevo tornare a fidarmi degli umani. Buffo, vero?
Ma questa è un'altra storia.
Quello che faccio fatica a comprendere è come si possa pensare di aiutare seriamente i cani facendo sentire continuamente e profondamente sbagliati i loro umani.
Quando una persona chiede aiuto per un problema con il proprio cane (che riflette quasi sempre un problema di relazione che quell'individuo ha con se stesso), come si può dimenticare l'Umanità?
A volte un cane che scappa è il compagno di una persona che ha paura dell'abbandono.
Altre volte un cane che morde guida chi ha alle spalle una storia familiare violenta, oppure qualcuno che non ha mai avuto la forza di esplorare la propria, di aggressività.
Indipendentemente dal caso, servono delicatezza e rispetto.
Non solo nei confronti del cane.
Perché anche l'essere umano che abbiamo di fronte in tutte le sue incapacità, in tutta la sua vulnerabile complessità, è un individuo: proprio come il suo cane, quella persona è QUALCUNO.
Ha una storia personale.
Cicatrici.
Traumi pregressi.
Paure tormentose.
E ferite non ancora guarite.
Quell'essere umano viene a chiederci aiuto e, spesso senza saperlo (purtroppo), ci consegna tra le mani le sue fragilità, le difficoltà relazionali, la sua storia personale, il modo in cui è stato allevato e i meccanismi automatici di relazione dei quali è vittima ancora oggi.
I problemi che quell'individuo umano ha con il suo cane parlano della parte più intima di entrambi.
Questo non significa che dobbiamo giustificarlo o risparmiargli quella che (secondo noi) è la verità.
Significa però che siamo tenuti a portare grande rispetto ai dolori.
Che siamo tenuti ad essere gentili: non solo con il cane.
Significa che non sta a noi distribuire colpe, dispensare giudizi o offrire svalutazioni di sé.
Sta a noi invece lasciare i nostri disagi fuori dal bellissimo mestiere che abbiamo scelto, poiché è proprio anche grazie a questo mestiere che ci viene offerta la possibilità di accogliere, noi per primi, le luci e le ombre dell'interiorità umana.
Con il mestiere che abbiamo scelto, siamo chiamati ad imparare l'umiltà: abbiamo l'occasione di crescere (non solo professionalmente) accanto ad ogni cane e accanto ad ogni essere umano.
Siamo chiamati a rammentare ogni giorno che il nostro è un Servizio, nel senso più puro del termine.
Siamo chiamati a ricordare da dove veniamo.
E anche che quando abbiamo deciso di lavorare PER i cani, sapevamo bene cosa significasse sentirsi "sbagliati" nel mondo degli umani."
🫀
📖 Tratto da "Ballate e Ululate", di Enrica Ceccarini