01/05/2025
Parte II
È la sera del 6 luglio quando Giovanni porta Figaro al pronto soccorso veterinario. Ha ingerito alcune ossa di pollo e temiamo un’indigestione. L’ansia si fa strada in noi, ma i medici sembrano fiduciosi: decidono di non intervenire chirurgicamente. Gli fanno delle lastre, una flebo e iniziano una terapia che dovrebbe aiutarlo ad espellere le ossa in modo naturale, senza che queste feriscano l’intestino.
Quella notte, Figaro dorme tranquillo. Anche noi, finalmente, troviamo un po’ di pace. Ci chiedono però di riportarlo in clinica la mattina successiva, per un ulteriore controllo. Il 7 luglio torniamo. Le nuove lastre mostrano che tutte le ossa sono ormai nel tratto finale dell’intestino, pronte per essere espulse. Nessuna perforazione, nessuna complicazione.
Per scrupolo, decidono di fare anche un’ecografia. Tutto sembra confermare che Figaro è fuori pericolo. È un po’ agitato quando usciamo dalla clinica, ma non ci preoccupiamo troppo. Dopo tutto, è stato un piccolo trauma per lui, e noi siamo solo impazienti di riportarlo a casa. Carichiamo Figaro in macchina e ci avviamo verso la strada del ritorno, con il cuore più leggero e la speranza che tutto sia davvero finito.
Durante il ritorno a casa, Figaro inizia ad agitarsi sempre di più. Si muove nervosamente sul sedile, ansimando, cercando una posizione che sembri non trovare. Pensiamo che possa essere un effetto dei farmaci che gli hanno somministrato per facilitare l’espulsione delle ossa — magari sente uno stimolo, un disagio passeggero.
Ci fermiamo lungo la strada per fargli fare una breve passeggiata, sperando che possa calmarsi e fare i suoi bisogni. Ma qualcosa ci disorienta: Figaro non mostra alcun interesse per la passeggiata. Chiamo immediatamente la clinica veterinaria, mi dicono che la cosa è strana, hanno somministrato anche antidolorifici e il paziente non dovrebbe avere dolore. Anche loro pensano sia dovuto al bisogno di evacuare. Ma è come se qualcosa lo infastidisse profondamente, ma non riesce a comunicarcelo. Vuole solo rientrare in macchina. Sembra quasi implorarlo, con lo sguardo e con il corpo.
Riprendiamo il viaggio verso casa, ma l’agitazione non passa. Quando finalmente arriviamo, noto che continua a ispezionarsi la pancia con insistenza. Mi chino su di lui, preoccupata. Lo accarezzo, cerco di capire, poi gli apro delicatamente le zampe per controllare meglio.
È in quel momento che scopro l’ustione. Una bruciatura chimica ai testicoli, violenta, rossa, viva. Mi manca il respiro. Come può essere successo? Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto? Lì, in quel momento, capisco che qualcosa di grave sta accadendo, che ciò che abbiamo vissuto finora era solo l’inizio.
….continua