Asyldog dì Alessandra Tinelli

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25/08/2026

🧠 Sindrome da disfunzione cognitiva nel cane. Ne avevamo già parlato, ma la scienza non si ferma mai — e questa volta ha fatto il punto della situazione. Grazie ad una recente review italiana, di aprile 2026.

Qualche tempo fa avevo accennato alla demenza nel cane, a come il nostro amico anziano possa confondersi tra le pareti di casa, dimenticare il suo nome, mostrare ansia la sera o girare inquieto nelle ore piccole della notte. Beh, è uscita una review molto recente, pubblicata a inizio 2026 su Animals da un gruppo di ricercatori italiani, che raccoglie anni di studi e traccia una mappa chiara di dove siamo arrivati. E la fotografia che emerge è a un tempo rassicurante e preoccupante: sappiamo molto di più di quanto credevamo, ma stiamo ancora lasciando troppi cani senza diagnosi.

Partiamo dal dato che più mi ha colpito. Immaginate un cane su quattro, oltre gli undici anni, che mostra segni di declino cognitivo. Poi immaginate che, di tutti questi cani, solo una minima percentuale abbia ricevuto una diagnosi ufficiale dal veterinario. Non per colpa dei medici, che spesso conoscono bene la malattia, ma per una sorta di "normalizzazione" collettiva: quando il cane inizia a fare i bisogni in casa dopo dieci anni di impeccabile educazione, o quando non trova più l'uscita dal soggiorno, troppi proprietari — anche i più attenti — pensano che sia semplicemente "l'età". E invece no. Così, non c'è un invecchiamento di successo . È una malattia neurodegenerativa, con un nome preciso — sindrome da Disfunzione Cognitiva Canina, o CCDS — e con meccanismi che assomigliano in modo impressionante a quelli dell'Alzheimer umano.

La review ci spiega che nel cervello dei cani affetti sembra accumularsi la stessa proteina amiloide-beta che troviamo nei pazienti umani, con la stessa identica sequenza amminoacidica. Sembra esserci atrofia cerebrale, perdita di neuroni nelle aree della memoria, infiammazione cronica e uno stress ossidativo che consuma le cellule come una ruggine invisibile. Il cane, vivendo con noi, respirando la nostra aria, mangiando i nostri stessi ritmi, è diventato un modello spontaneo e prezioso anche per capire l'Alzheimer.

Ma torniamo al nostro cane. Come si fa a capire che qualcosa non va? Gli studiosi usano da tempo l'acronimo DISHAA, che suona un po' tecnico ma racconta in realtà storie quotidiane molto concrete. C'è il cane che si disorienta in casa, che fissa il muro come se ci fosse qualcosa che solo lui vede, che rimane incastrato dietro un mobile senza capire come fare marcia indietro. Poi ci sono le interazioni che cambiano: quello che era un cane socievole e affettuoso diventa distaccato, o al contrario si attacca alla gonna del padrone con un'ansia nuova, inconsueta. Il sonno si capovolge, con pisolini interminabili di giorno e passeggiate notturne senza meta. E c'è l'ansia, quella vera, che si insinua nei rumori della vita di sempre — un temporale, una porta che sbatte — trasformandoli in minacce. Sono piccoli cambiamenti, a volte graduali, che se raccolti insieme disegnano un quadro ben preciso. Il problema è che spesso vengono raccolti troppo tardi.

La buona notizia, e qui la review è molto chiara, è che esistono strategie evidence-based per rallentare il declino e migliorare la qualità di vita. Non si tratta di una pillola magica, ma di un approccio multimodale che parte dalla nutrizione. Ad esempio, le diete arricchite con trigliceridi a catena media forniscono al cervello un carburante alternativo quando il metabolismo del glucosio inizia a fallire, e gli studi clinici mostrano miglioramenti concreti in memoria e funzioni esecutive. Gli omega-3 e gli antiossidanti combattono l'infiammazione e lo stress ossidativo. Poi c'è l'attività fisica, che merita un capitolo a parte: i dati dicono che un cane sedentario ha più di sei volte la probabilità di sviluppare demenza rispetto a uno molto attivo. Sei volte. Non è un dettaglio, è un fattore determinante.

Ma forse la lezione più importante che ci lascia questa review è un'altra: la diagnosi precoce fa la differenza. La CCDS è una malattia progressiva, e le modifiche cerebrali sono per lo più irreversibili. Intervenire quando i segni sono ancora lievi, quando il cane è solo "un po' confuso" o "un po' più apatico del solito", significa poter preservare mesi o anni di buona qualità di vita. E per farlo serve uno screening cognitivo di routine in ogni visita geriatrica, non come eccezione ma come standard. Da medici veterinari bisogna prima escludere altre cause - ad esempio ipotiroidismo, dolore articolare nascosto, problema visivo- e poi, con questionari validati e un occhio attento, tracciare il percorso insieme al caregiver.

Per qualche umano può far paura parlare di demenza del proprio cane, poichè sembra una sentenza. E invece la scienza ci dice che, con le giuste cure, molti cani con CCDS vivono una vita lunga quanto i loro coetanei cognitivamente sani. La differenza sta tutta nella consapevolezza, nella diagnosi precoce, nella cura attenta. Il legame che abbiamo con il nostro amico anziano è talmente forte che spesso, proprio per amore, tendiamo a minimizzare. Ma riconoscere la malattia non è un atto di resa: è il primo passo per prendersene cura meglio.

Se il tuo cane ha più di otto anni, se noti che qualcosa è cambiato nei suoi comportamenti, se la notte è diventata più inquieta e il giorno più confuso, non attribuire tutto all'età. Rivolgiti ad un team multidisciplinare in cui ci sia anche un medico veterinario esperto in comportamento animale, così da prendersi cura del suo benessere psico-emotivo anche nell'ultima fase della sua vita. 🐕‍🦺

Referenza scientifica: Dondi M, Bianchi E, Borghetti P, Buffagni V, Di Lecce R, Gnudi G, Guarnieri C, Ravanetti F, Saleri R, Corradi A. Evidence-Based Clinical Management of Canine Cognitive Dysfunction Syndrome: Diagnostic Algorithms, Practical Guidelines, Critical Appraisal of Biomarkers and Translational Limitations. Animals. 2026; 16(7):1114. https://doi.org/10.3390/ani16071114

Fonte immagine: https://toegrips.com/wp-content/uploads/dementia-old-dog-chair.jpg

24/08/2026

La fiducia non è una scelta. È una funzione del cervello.
Una famiglia ci contatta perché il proprio cane ha iniziato a ringhiare e mordere quando qualcuno cerca di toccarlo.
Ripercorrendo la loro storia emerge che tutto era iniziato dopo alcuni episodi apparentemente banali: una zampa pestata accidentalmente, qualche contatto improvviso che aveva spaventato il cane, alcune situazioni vissute con dolore e paura.
Da quel momento aveva iniziato a difendersi, soprattutto quando il contatto arrivava senza preavviso.
La famiglia si era rivolta a un addestratore.
L'interpretazione era stata chiara: il cane mancava di rispetto ai suoi proprietari.
La soluzione proposta consisteva nel dimostrargli che gli esseri umani erano più forti di lui.
Ma la situazione peggiorò.
Fino al punto che anche il semplice agganciare o sganciare il guinzaglio diventò motivo di conflitto.
Quando li ho incontrati non ho visto un cane dominante.
Ho visto qualcosa di molto diverso.
Ho visto due sistemi nervosi che non si fidavano più l'uno dell'altro.
Entrambi , cane e proprietario, vivevano il contatto come una possibile minaccia. Entrambi erano pronti a difendersi.
Molti pensano che la fiducia sia una decisione, che un cane debba imparare a fidarsi del proprio proprietario.
Le neuroscienze raccontano una storia diversa.
La fiducia non nasce da un atto di volontà, nasce quando il sistema nervoso, attraverso esperienze ripetute, conclude che quella relazione rappresenta un luogo sufficientemente sicuro.
Per questo motivo la fiducia non si costruisce chiedendo al cane di obbedire.
Si costruisce ogni volta che il proprietario riesce a leggere il suo stato emotivo e a rispondere in modo sufficientemente adeguato ai suoi bisogni. Ma anche quando è capace di ascoltare sé stesso. di riconoscere il momento in cui la paura sta prendendo il sopravvento. Di fermarsi. Di non insistere. Di rinunciare, per un momento, all'obiettivo per proteggere la relazione.
Ogni esperienza di questo tipo lascia una traccia nel cervello.
Poco alla volta il cane costruisce una nuova previsione.
"Quando mi sento in difficoltà, questa persona non solo non mi farà del male, ma può aiutarmi a ritrovare il mio equilibrio."
Ed è proprio questa previsione che chiamiamo fiducia. È aspettativa di sicurezza.
Il nostro compito non è convincerlo che il mondo sia sicuro.
Il mondo non lo è sempre.
Il nostro compito è costruire una relazione sufficientemente sicura da permettergli di affrontare anche ciò che gli fa paura senza sentirsi solo.
L'evoluzione ha scritto così la storia dei mammiferi. Prima impariamo a regolarci attraverso qualcuno e solo dopo impariamo a farlo da soli.
La fiducia non è il punto di partenza della relazione.
È il risultato di migliaia di esperienze nelle quali qualcuno ci ha aiutato a ritrovare l'equilibrio.
Il cane non si fida di chi gli chiede di essere coraggioso.
Si fida di chi, quando ha paura, gli resta accanto finché il coraggio può tornare.

17/07/2026

05/07/2026

𝗣𝗮𝘃𝗹𝗼𝘃 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗴𝗶𝗮̀ 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗮𝗱𝗱𝗲𝘀𝘁𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗲𝗿𝗰𝗶𝘁𝗶𝘃𝗼

Quando si parla di punizioni che provocano dolore o sofferenza, c'è ancora chi sostiene che i problemi se dopo poco tornano a manifestarsi anche in modo peggiore la responsabilità non stia nel metodo, ma nel familiare umano: "non è stato abbastanza deciso", "non è stato abbastanza autoritario", "ha ceduto troppo presto".

Con questo articolo provo a fare chiarezza partendo da uno degli esperimenti più importanti della storia della psicologia sperimentale. Sì, proprio uno di quelli condotti da Ivan Pavlov, lo stesso ricercatore che tutti citano in cinofilia quando parlano di condizionamento classico.

All'inizio del Novecento, nel celebre esperimento del cerchio e dell'ellisse, i cani vennero addestrati a discriminare due figure geometriche. Finché la differenza tra le due forme era evidente, il compito risultava semplice. Successivamente, però, le due figure vennero rese sempre più simili, fino a creare nel cane un conflitto che non poteva più essere risolto con certezza.

Fu allora che accadde qualcosa su cui varrebbe la pena riflettere, quando da un momento all'altro il cane viene percosso, strattonato, impiccato con il collare a strangolo e dall'alltra, quasi improvvisamente lodato.

I cani di Pavlov iniziarono dapprima a mostrare una forte reattività non riconoscendo pià il cerchio che dava il premio e l'ellisse che dava loro la scossa. Erano agitati, irrequieti, vocalizzavano e i tentativi parevano essere più intensi alla ricerca di trovare la risposta corretta, toccare il cerchio per ottenere il cibo.

Con il protrarsi dello stress perché non riconoscevano più il premio dalla punizione, entravano successivamente in una fase completamente diversa. Diventavano apparentemente tranquilli, quasi flemmatici. Riducevano le iniziative e sembravano essersi finalmente adattati alla situazione (effetto social che in poche decine di minuti si aggiusta il cane).

Ma quella calma apparente non rappresentava un apprendimento, né tantomeno un equilibrio ritrovato. Era l'espressione di un sistema nervoso sottoposto a uno stress crescente che arrivava alla fase di esaurimento, i cani di Pavlov erano definiti flemmatici, inibiti.

Ma adesso vediamo cosa accadeva successivamente a quella condizione protratta nel tempo, il comportamento perdeva progressivamente la propria organizzazione di calma apparente. Comparivano nei cani risposte incoerenti, improvvise, disordinate, talvolta esplosive e difficilmente prevedibili. Pavlov definì questa condizione nevrosi sperimentale, descrivendo il crollo dell'equilibrio comportamentale provocato da un conflitto prolungato e irrisolvibile.

Un cane che smette di reagire non è necessariamente un cane che ha imparato la disciplina. Potrebbe essere un cane che ha imparato che ogni iniziativa può avere conseguenze spiacevoli.

Per questo motivo un'educazione fondata sull'inibizione attraverso la paura e la sofferenza può produrre una calma apparente, ma non costruisce competenza, fiducia o benessere. Al contrario, quando lo stress continua ad accumularsi, aumenta il rischio che il comportamento diventi sempre meno organizzato e sempre meno prevedibile.

E quando questo accade, la spiegazione non può essere cercata nel fatto che il familiare umano abbia avuto un polso troppo debole, non sia stato abbastanza dominante o non abbia imposto sufficientemente la propria autorità.

Pavlov aveva già dimostrato oltre un secolo fa che il problema non era la mancanza di autorità di chi conduceva il cane.

Il problema era il metodo.

Ed è una lezione che, ancora oggi, merita di essere ricordata, se non altro per mettere nelle condizioni i familiari umani di comprendere meglio cosa accade nei social e perché poi le cose non durano nel tempo, anzi peggiorano.

Attilio Miconi

Bibliografia:
Pavlov, I. P. (1927). Conditioned Reflexes: An Investigation of the Physiological Activity of the Cerebral Cortex. Translated and edited by G. V. Anrep. London: Oxford University Press.

Pavlov, I. P. (1928). Lectures on Conditioned Reflexes: Twenty-Five Years of Objective Study of the Higher Nervous Activity (Behaviour) of Animals. New York: Liveright Publishing Corporation.

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