13/02/2022
L’ultima volta abbiamo parlato della storia evolutiva dei “ratti volanti”, anche noti come pipistrelli [1], mentre oggi ci occuperemo… dei “ratti non volanti” (anche noti come ratti).
Attenzione, non parliamo dei topi da laboratorio ma dei veri ratti selvatici, quelli che a volte vediamo andare in giro in mezzo all’immondizia o saltare fuori dalle tubature della rete fognaria, i quali sono talmente diversi dai primi che sarebbe come paragonare un lupo ad un Chihuahua.
L’esempio non è affatto esagerato: i topi da laboratorio sono infatti docili e carini come cagnolini, mentre i ratti selvatici sono estremamente schivi, diffidenti e aggressivi se devono difendersi; sono considerati nell’immaginario comune come dei demoni sanguinari e untori di ogni genere di malattia. Basti pensare al fatto che se anche solo un ratto viene avvistato nelle vicinanze di un’attività, questa viene chiusa per mancanza del rispetto delle norme igieniche, o al fatto che non puoi chiedere se per caso è stato avvistato un ratto nelle vicinanze della proprietà altrui che ti viene sbattuta la porta in faccia: “un ratto nella mia proprietà? Che pensi, che sia una discarica?!”
Il problema principale dei ratti è la loro massiccia presenza nei centri cittadini e la loro proliferazione incontrollata, che cerchiamo di arginare sterminandoli con veleni di varia natura, senza renderci conto di quanto questi strumenti siano poco utili alla causa e addirittura dannosi per il resto della fauna selvatica che, a partire da chi si ciba delle carcasse, può diffondere il veleno in tutti gli anelli della catena alimentare (chiedere a un CRAS per credere).
Le nostre azioni tendono sempre a focalizzarsi sul problema attuale, senza pensare a cosa si potrebbe fare per eradicarlo alla base; insomma, non proviamo mai a prevenire piuttosto che curare. Ci siamo mai chiesti del perché ci siano così tanti ratti che bazzicano nelle nostre città? Eppure la risposta è così semplice… Per colpa nostra, come sempre. Siamo noi che con la poca cura nella pulizia cittadina forniamo cibo in abbondanza per questi scomodi inquilini che si adattano ad ogni situazione e ad ogni fonte di nutrimento.
Basterebbe migliorare questo aspetto per ridimensionare drasticamente la situazione: se il cibo è così abbondante infatti, i ratti non faranno altro che riprodursi e chiamare altri ratti a banchettare con loro; d’altro canto invece, se il nutrimento fosse scarso, essi potrebbero autogestirsi da soli, in quanto sono estremamente territoriali e in condizioni di scarsità di cibo smetterebbero di proliferare in maniera esagerata e al tempo stesso non permetterebbero a nessun altro gruppo di entrare nel loro territorio.
Solo recentemente stiamo iniziando a rivalutarli e ad apprezzare la loro incredibile intelligenza e socialità, ponendoci anche il problema etico del loro sterminio: sono infatti in grado di ignorare una ricompensa diretta se si tratta di poterla dividere o cedere ad un conspecifico, preferiscono ricevere loro stessi una “punizione” pur di evitarla ad un compagno, senza nessun tornaconto individuale e restituiscono i favori ricevuti. Puro altruismo.
Non parliamo del fatto che anche loro sono in grado di provare emozioni come gioia e rimorso, sono in grado di “ridere” e di “rilassarsi” mentre giocano eccetera. [2]
Insomma, l’unica cosa che dovremmo fare è quella di imparare a conoscere meglio questi vicini che ci affiancano da migliaia di anni, per poterli gestire e quindi anche per poter convivere con loro (eliminarli è utopia).
[Oscar]
Articolo: https://news.mongabay.com/2021/09/seeing-the-maligned-urban-rat-in-a-new-light-qa-with-michael-parsons/
[1] https://www.facebook.com/animproscienza/posts/4389740237787489
[2] https://www.facebook.com/media/set/?set=a.2413365692091630&type=3
Qui c'è quanto scritto sopra e molto, molto altro in merito; riconoscete i post dalle foto. Naturalmente ciascun post ha i propri riferimenti.