21/04/2026
Una nuova interpretazione sulla gestione delle tartufaie coltivate sta accendendo il dibattito nel settore.
Al centro della questione, la possibilità – secondo alcune letture – di raccogliere tartufi anche fuori dai tradizionali calendari stabiliti dalla legge.
Una posizione che ha spinto la FNATI a intervenire con forza, parlando di un rischio concreto: quello di aggirare i principi fissati dalla Legge 16 dicembre 1985 n. 752, che da anni regolano tempi, modalità e tutela della risorsa.
Il nodo è semplice solo in apparenza.
Se nelle tartufaie coltivate si potesse raccogliere tutto l’anno, verrebbe meno – nei fatti – il senso stesso dei calendari di raccolta. E con esso, il confine tra tartufo spontaneo e tartufo coltivato diventerebbe sempre più sottile.
Secondo la FNATI, il rischio non è solo normativo, ma anche economico e qualitativo.
Un tartufo raccolto fuori stagione può essere immaturo, quindi meno profumato, meno pregiato. Eppure, potrebbe finire comunque sul mercato, con conseguenze dirette sulla fiducia dei consumatori.
C’è poi il tema dei controlli.
Senza una distinzione chiara e tracciabile, diventa più facile far passare come “coltivato” anche ciò che non lo è, aprendo la porta a pratiche scorrette e a una concorrenza poco trasparente.
Infine, l’ambiente.
La raccolta senza limiti stagionali rischia di mettere sotto pressione le tartufaie stesse, compromettendo nel tempo la capacità produttiva e l’equilibrio naturale di questi ecosistemi.
Per questo la Federazione chiede un intervento chiaro:
non interpretazioni che allargano le maglie, ma regole precise.
Se si vuole aprire alle tartufaie coltivate, servono tracciabilità, controlli e una definizione rigorosa di cosa sia un tartufo maturo.
Perché la domanda, alla fine, resta una sola:
se il tartufo non ha più stagione… cosa stiamo davvero comprando?