16/05/2026
𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲 𝗵𝗮 𝗽𝗮𝘂𝗿𝗮
𝙄𝙡 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙣𝙤𝙣 𝙖𝙣𝙨𝙞𝙤𝙨𝙤 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙛𝙖𝙢𝙞𝙜𝙡𝙞𝙖 𝙢𝙪𝙡𝙩𝙞𝙨𝙥𝙚𝙘𝙞𝙚
di Attilio Miconi
A volte ci sono momenti nella vita in cui il cane, quando si spaventa, cerca il proprio familiare umano in cerca di conforto.
Lo guarda, si avvicina, si appoggia, a volte resta semplicemente nei paraggi controllando di non perderci di vista. Sono molti i familiari umani che mi descrivono questo comportamento del loro cane quando è spaventato. Lo osservano più frequentemente durante un temporale, davanti a un rumore improvviso, in un ambiente sconosciuto, oppure in tutte quelle situazioni che il cane vive come difficili da comprendere o da sostenere.
Scrivo questo articolo perché negli anni si è diffusa un’idea che ha lasciato molti familiari umani confusi: “Non consolarlo, ignoralo, altrimenti rinforzi la sua paura.”
Così mi capita di vedere familiari umani irrigidirsi proprio quando il cane cerca vicinanza. Mani che vorrebbero consolarlo, vedendolo in difficoltà, si fermano a metà. Voci che diventano distaccate. Umani che si allontanano pensando così di aiutare il cane a “superare da solo” quel momento.
Ma la paura che sta vivendo il nostro cane non è un suo capriccio.
Non è neppure un comportamento costruito a tavolino per ottenere attenzioni.
La paura è un’esperienza che attraversa tutto il suo corpo, le sue emozioni sono invadenti, i suoi sentimenti, come animale sociale, cercano sostegno e comprensione.
Quando il cane percepisce qualcosa come minaccioso cambia il suo modo di stare nel mondo, si sente da esso minacciato, lo vive come un pericolo. Cambia il suo respiro e lo si vede ansimare, cambia il tono muscolare, cambia la qualità dell’attenzione, che diventa di ipervigilanza. L’ambiente si contrae attorno a ciò che viene percepito come pericoloso e l’intero organismo entra in uno stato di allerta emotiva.
In quei momenti il cane non sta manipolando nessuno, cerca conforto. È un animale sociale come noi e, in quelle occasioni, conta sull’appoggio di qualcuno che possa fargli vivere l’esperienza in modo non traumatico o offrirgli una via di uscita. Il cane ha bisogno di sapere che in certe occasioni può contare sul sostegno di qualcuno, e quel qualcuno sono i suoi familiari umani.
Nella vita condivisa tra umani e cani esistono forme di co-presenza che aiutano a ritrovare equilibrio. Non perché siano in grado di eliminare la paura, ma perché permettono al cane di non attraversarla da solo. La vicinanza di una figura percepita come affidabile può diventare un punto fermo dentro l’attivazione emotiva e renderla meno difficile da affrontare. La paura resta, ma non diventa terrore reattivo e neppure impotenza, perché non si hanno vie di uscita.
Le neuroscienze affettive oggi descrivono con sempre maggiore chiarezza quanto gli stati emotivi si costruiscano dentro processi corporei e relazionali. La regolazione emotiva non riguarda soltanto il singolo individuo, ma può emergere soprattutto attraverso la relazione con l’altro. Nei mammiferi sociali, cane compreso, la presenza di una figura affiliativa stabile può contribuire a modulare l’attivazione neurofisiologica legata allo stress.
È vero però che questo aspetto non avviene se attorno al cane il familiare umano si agita, e neppure attraverso tentativi di riempire il silenzio di parole come “non è niente” o trasformando la paura in una scena carica di tensione, tentando inutili strategie tese a distrarre il cane.
Esiste infatti una differenza profonda tra il conforto, il minimizzare e l’ansia.
Il conforto non ansioso è una presenza calma, capace di portare il cane verso ciò che vive chi lo offre.
Il conforto allora è quello di un umano che resta disponibile senza precipitare lui stesso nella paura del cane. È fatto di una mano che c’è, ma che non invade, di una voce che accompagna senza sovrastare.
Il conforto è quello di qualcuno che rimane nella relazione senza perdere stabilità.
Molto spesso il cane non ascolta soltanto ciò che diciamo.
Il cane percepisce come stiamo.
Osserva il nostro corpo, come respiriamo, il tono della voce, la tensione dei nostri movimenti, il modo in cui occupiamo lo spazio intorno a lui. Per questo motivo un umano agitato che continua a ripetere “va tutto bene” può comunicare esattamente il contrario.
Al contrario, un familiare umano capace di restare presente, coerente e sufficientemente regolato diventa un riferimento dentro cui il cane può lentamente ritrovare orientamento.
Non tutti i cani cercano il conforto nello stesso modo.
Alcuni cercano il contatto fisico, mentre altri preferiscono soltanto la vicinanza.
Altri ancora hanno bisogno di mantenere una certa distanza pur controllando continuamente dove si trova il proprio umano di riferimento.
Anche questo fa parte della relazione: riconoscere il modo individuale con cui ciascun cane cerca sicurezza.
Confortare allora non significa sostituirsi al cane pensando di sostituirsi anche a ciò che prova.
Non significa neppure impedire ogni fatica o cancellare qualsiasi emozione difficile che il cane sta vivendo.
Sentirsi confortato, per il cane, significa trovare qualcuno che riesca a esserci in modo sufficientemente stabile perché possa attraversare quel momento senza sentirsi perso dentro ciò che prova, ma con qualcuno che condivide la scena restando presente.
Perché ci sono momenti in cui il cane non ha bisogno di essere aggiustato.
Ha bisogno di sentire che dentro quella paura non è solo.
𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
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