APS Agribizzarra

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va/riproduttiva oppure salvati da maltrattamenti o a rischio abbandono e macello. È inoltre un centro di "educazione alla natura e agli animali", un luogo di incontri "magici" in cui non si sa bene "chi aiuti chi"
Incoraggiare la comprensione degli animali "da reddito", non solo quella degli animali cosiddetti "da affezione" e mostrare i benefici di una vita cruelty-free, è uno degli scopi che si prefigge Agribizzarra Onlus. Qui ogni interazione con gli animali è un'occasione unica per scoprire che di fronte abbiamo individui con personalità singolari, esseri senzienti che provano emozioni e ci fa comprendere che di fronte a noi abbiamo qualcuno e non qualcosa. Ad oggi ho il privilegio di convivere con 10 cavalli, 2 pony, 2 asinelle, 2 mucche, 1 toro, 1 vitellino, 2 maiali, 3 cani, gatti, oltre a diversi animali selvatici che ogni tanto passano a trovarci

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31/05/2026

All'AltroveCapovolto c'è un angolo quasi nascosto tra gli ulivi e la vegetazione che delimita gli spazi delle "belvacce rosa" 😍.
Ho scelto di lasciarlo interamente ai fiori selvatici: una piccola oasi per gli insetti impollinatori, per le farfalle e per gli uccellini che qui trovano rifugio e nutrimento.
È uno dei luoghi più protetti e meno antropizzati di questo posto, uno spazio dedicato al sentire, in totale assenza di fretta.
Questa sera, mentre gli animali riposeranno, il prato si trasformerà in un teatro silenzioso illuminato dalle lucciole e dai raggi della luna piena.
L'AltroveCapovolto è anche questo: un luogo dove riscoprire la serenità profonda del non fare, ritrovare ispirazione nel silenzio e ricordarsi cosa significa rallentare davvero, circondati dalla meraviglia. 🍀

Ci sono luoghi che non esistono per fare profitto, ma per restituire dignità, tempo e cura.L'AltroveCapovolto, sede di A...
26/05/2026

Ci sono luoghi che non esistono per fare profitto, ma per restituire dignità, tempo e cura.

L'AltroveCapovolto, sede di Agribizzarra Aps è uno di questi luoghi protetti.
Qui, ogni giorno, esseri umani e animali si incontrano fuori dalle logiche dello sfruttamento, e riscoprono qualcosa di essenziale: la relazione, il rispetto, la possibilità di essere visti davvero.

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Non ti costa nulla, ma per noi fa la differenza tra resistere e continuare a costruire.

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A volte le persone pensano che, per stare bene, un cavallo debba sempre correre, muoversi, “fare qualcosa”.In realtà uno...
18/05/2026

A volte le persone pensano che, per stare bene, un cavallo debba sempre correre, muoversi, “fare qualcosa”.

In realtà uno dei segnali più belli di equilibrio in un branco è proprio il contrario: la capacità di fermarsi.

In questa foto che ho scattato oggi pomeriggio, per esempio, hanno scelto
non il prato aperto, non il punto più panoramico ma il tunnel agricolo: coperti sopra e protetti da un lato.
E no, non è casuale.

Lì sotto c’è ombra, meno insetti, meno sole addosso, meno vento, non piove quando c'è maltempo ma c’è anche qualcosa di più profondo: il branco riesce a stare raccolto mantenendo comunque il controllo dell’ambiente.
Possono infatti vedere, sentire, annusare quello che succede intorno senza esporsi troppo.

E la cosa forse più interessante è questa: quel tunnel è largo sei metri ed è coperto, in lunghezza, per quindici metri. Potrebbero distribuirsi e invece scelgono di stare vicini, molto vicini.
Perché il riposo, nel cavallo, non è soltanto fisico, è anche sociale.

Quando un gruppo percepisce un luogo come sicuro, tende naturalmente a compattarsi. Non necessariamente per paura, ma perché la vicinanza abbassa il livello di vigilanza individuale.
Più il branco è coeso, più ogni cavallo può permettersi di rilassarsi un po’ di più delegando parte dell’attenzione agli altri.

Quando vivi con cavalli in gestione naturale te ne accorgi bene: i punti sosta non vengono scelti “a sentimento”.
Ci sono luoghi che il branco considera affidabili e altri che invece usa poco o solo di passaggio.
E questa valutazione cambia continuamente in base al vento, alla temperatura, agli odori, ai rumori, persino ai movimenti dei selvatici nei dintorni.

Spesso durante queste soste succede qualcosa che molte persone nemmeno notano.
Non dormono tutti davvero. Alcuni riposano più profondamente, altri restano più vigili. Poi si alternano.
È una vigilanza distribuita, tipica degli animali sociali che vivono ancora in relazione reale con l’ambiente.

Ed è interessante osservare che questo posto venga cercato anche nei momenti di vulnerabilità.
Mi è capitato infatti, in diverse occasioni in cui uno di loro non era in forma, di trovarlo fermo o sdraiato sotto al tunnel, con due compagni vicini in atteggiamento vigile e il resto del branco comunque nei paraggi.

È come se il branco avesse costruito, nel tempo, una sua mappa invisibile della sicurezza.
Secondo me è una delle cose più affascinanti dei gruppi lasciati liberi di scegliere: creano una vera e propria geografia emotiva del territorio.
Ci sono luoghi dove mangiare, luoghi da attraversare, luoghi da osservare… e luoghi dove sentirsi abbastanza al sicuro da abbassare la guardia.

Ed è anche per questo che vedere cavalli così, stretti e tranquilli, racconta molto più del loro benessere di tante immagini perfette di cavalli lanciati al galoppo.

16/05/2026

Quando si parla di benessere animale, soprattutto nel caso di equini e bovini mantenuti in grandi spazi naturali, è fondamentale distinguere tra ciò che appare gradevole allo sguardo umano e ciò che invece risponde realmente ai bisogni etologici, fisiologici ed ecologici degli animali.

In un ambiente ampio, erboso e piantumato, con disponibilità di aree in pieno sole, ombra naturale, differenti tipologie di terreno e possibilità di movimento continuo, gli animali organizzano autonomamente i propri spostamenti e le proprie aree di sosta.
Non utilizzano lo spazio in modo uniforme: creano percorsi preferenziali, punti sociali, aree di osservazione, luoghi di riposo condiviso e zone di maggiore frequentazione.

In inverno è normale che nelle aree maggiormente utilizzate si formino porzioni di terreno fangoso dovute al passaggio continuo, alla pioggia, al calpestio e alla permanenza degli animali. Questo accade soprattutto vicino agli ingressi, alle zone di alimentazione, ai punti d’acqua o nei luoghi dove il gruppo sceglie spontaneamente di sostare.

Dal punto di vista ecologico ed etologico, il fango in sé non rappresenta automaticamente un problema.
Anzi, molto spesso è semplicemente il segno di uno spazio vivo e vissuto.
La situazione cambia completamente quando gli animali vengono costretti per lunghi periodi in spazi ristretti, privi di possibilità di movimento e senza aree alternative asciutte. In quel caso il fango permanente può diventare realmente fonte di malessere fisico e psicologico.
L’impossibilità di allontanarsi da terreni saturi d’acqua può favorire problemi podali, macerazione dei tessuti, dermatiti, difficoltà di riposo, aumento dello stress e alterazioni comportamentali.

Negli equini, ad esempio, la restrizione prolungata in paddock piccoli e fangosi limita il movimento naturale, altera la locomozione e può aumentare tensione, stereotipie e conflitti sociali. Anche nei bovini l’assenza di scelta ambientale può compromettere il comfort, il riposo e la salute degli arti.

La differenza quindi non è “fango sì” o “fango no”.
La differenza è la possibilità di scelta.
Un animale che vive in ettari di terreno diversificato, con aree asciutte, ombreggiate, erbose e spazi aperti, può decidere autonomamente dove stare in base alle proprie esigenze fisiche, climatiche e sociali.

Ed è proprio questa libertà decisionale uno dei pilastri del benessere animale.

Anche la presenza di capannine o ripari non significa che gli animali sceglieranno necessariamente di utilizzarli in ogni condizione climatica.
Molti equini e bovini, se in buona salute e adattati a vivere all’aperto, scelgono spontaneamente di restare sotto la pioggia, al vento o in pieno sole, soprattutto quando hanno la possibilità di muoversi liberamente e di mantenere la coesione sociale del gruppo.

Dal punto di vista etologico questo comportamento è assolutamente normale.
Per alcuni animali il contatto con il gruppo, la possibilità di controllare l’ambiente circostante o semplicemente la preferenza individuale possono risultare più importanti del riparo stesso in quel momento specifico.

Esistono inoltre situazioni in cui il fango viene persino creato artificialmente a scopo benefico.
In estate, ad esempio, vicino ai punti di abbeveraggio, io creo volutamente alcune aree umide o piccole pozze fangose perché possono essere utili sia ai bovini che agli equini.

Nei bovini il fango svolge una funzione importante di termoregolazione e protezione dagli insetti.
Negli equini, così come la polvere, rappresenta anche uno strumento naturale di gestione corporea e comportamentale.
Il rotolamento nel fango o nella polvere non è infatti un comportamento casuale o indice di trascuratezza, ma un comportamento specie-specifico con precise funzioni fisiologiche:
contribuisce alla dispersione del calore;
aiuta la protezione dagli insetti ematofagi;
favorisce la gestione del sebo cutaneo e del mantello;
crea una barriera naturale contro parassiti e irritazioni;
aiuta il mantenimento dell’elasticità dello zoccolo nei periodi molto secchi;
rappresenta anche un importante comportamento di autoregolazione e benessere.

Non a caso gli equini, se lasciati liberi di scegliere, cercano spontaneamente aree sabbiose, polverose o fangose per rotolarsi, utilizzando spesso sempre gli stessi punti.

Osservare il benessere animale richiede quindi competenze che vadano oltre l’impatto estetico immediato.

La natura non è sterile, geometrica o immacolata.
È viva, dinamica, stagionale.
E spesso un terreno con impronte, zone consumate, polvere o porzioni fangose racconta semplicemente che lì gli animali stanno vivendo, scegliendo, socializzando ed esprimendo la propria natura.

14/05/2026

A volte penso che il mondo cambierebbe, se tutti potessero vivere almeno un momento così.

Minion, il piccolo toro gentile ♥️

Brano tratto da "Storie di un mondo capovolto"(...) — Ettore! Ettore, si gela! Perché non entri?Lui non rispose subito. ...
13/05/2026

Brano tratto da "Storie di un mondo capovolto"

(...) — Ettore! Ettore, si gela! Perché non entri?
Lui non rispose subito. Poi disse, senza girarsi:
— Sento qualcosa.
— Cosa senti?
— Il vento di quando ero giovane.

Luce spalancò gli occhi. — I venti hanno un odore?
— Ogni vento ha il suo. — Ettore scosse la criniera, inspirò ancora una volta lungamente e poi disse: questo sa di neve e di mattina presto. Sa di galoppo felice.
Luce non capiva. Lei aveva due anni e il galoppo, anche se un po' sgangherato, lo conosceva benissimo — era la cosa più bella del mondo, sapeva di libertà — ma non sapeva che i cavalli vecchi lo portano ancora dentro, intero, come un tesoro nascosto nel petto.
Quella notte, all'AltroveCapovolto, accadde una cosa strana.
Tra i rami della grande quercia apparvero tre folletti con le giacchette color muschio. Erano i Folletti delle Criniere Intrecciate — quelli che di notte girano per i pascoli e fanno nodi nei capelli dei cavalli che sognano ad occhi aperti.
Il loro capo, che si chiamava Grumolo e aveva un naso a fungo, saltò sulla schiena di Ettore senza fare rumore.
— Allora, vecchio. Cosa stai guardando?
— Non sto guardando. Sto ricordando.
Grumolo si grattò il mento. I folletti non capivano i ricordi. Loro vivevano solo nel presente — tre secondi di attenzione, poi basta.
— Ricordare è noioso, — disse.
— No, — rispose Ettore. — Ricordare è come avere due vite.
Grumolo rimase in silenzio. Cosa insolita, per lui.
Poi, piano, chiese: — E cosa ricordi, adesso?
Ettore inspirò ancora. Lento. Profondo. Come bevesse l'aria.
— Un prato coperto di neve. Era inverno. Correvo così forte che le mie zampe non toccavano terra. Almeno così mi sembrava. Accanto a me c'era una cavalla saura — si chiamava Temprana — e insieme facevamo volare p***e di neve sul sentiero.
Luce, che ascoltava nascosta dietro una zampa di Ettore, sussurrò: — Temprana... È qui?
— No. — Ettore abbassò la testa, lentamente, fino a sfiorare la neve col muso. — Ma ogni volta che arriva questo vento, lei è ancora vicino a me.... (continua)

🌱Ogni storia di “Storie di un mondo capovolto” racconta personaggi reali.
Ettore, Luce, Temprana… esistono o sono esistiti davvero. Vivono, o hanno vissuto, all’AltroveCapovolto, lasciando qualcosa dentro questo luogo e dentro di me.

Nulla nasce dalla fantasia pura.
Le emozioni, i legami, i silenzi e persino certi dettagli apparentemente impossibili sono nati osservando davvero gli animali e il loro modo di stare al mondo.

Temprana oggi non c’è più.
Ma chi ha amato profondamente qualcuno conosce bene quella sensazione di cui parla Ettore: ci sono presenze che continuano ad arrivare insieme al vento, a un odore, a una stagione, a un ricordo preciso.

Questo libro non è solo una raccolta di storie.
È un *LIBRO SOGLIA* ed anche un modo concreto per continuare a proteggere chi ne fa parte.

Ogni PDF o eBook scaricato, corrisponde a una donazione ad Agribizzarra APS e contribuirà all’acquisto della recinzione del nuovo pascolo: un metro alla volta.

Ogni racconto di questo libro che è nato all' AltroveCapovolto, si trasformerà in spazio, cura e libertà reale.

10/05/2026

✨Una breve lettura da “Cambiare Sguardo”
(disponibile al momento solo in PDF e eBook)

❤️Un testo nato dall’osservazione e dall’interazione diretta con i cavalli in libertà all’Altrovecapovolto.

🍀Ogni copia acquistata contribuisce alla realizzazione di nuovi metri di pascolo protetto all’Altrovecapovolto.
Perché questo libro nasce lì. E lì continua a vivere.

👉🏻Info in DM

Tutto è cominciato cercando un modo per recintare un ettaro di pascolo.Pensavo a un crowdfunding, alle ricompense da off...
08/05/2026

Tutto è cominciato cercando un modo per recintare un ettaro di pascolo.
Pensavo a un crowdfunding, alle ricompense da offrire a chi avrebbe sostenuto il progetto.

Poi mi sono chiesta: cosa ho davvero da restituire?
La risposta è arrivata da sola.
Non oggetti.
Non prodotti.

Quello che mi hanno insegnato gli animali.

Quel modo di guardare che, una volta cambiato, non torna più indietro.
Così sono nati due scritti.

Li chiamo LIBRI SOGLIA.

Perché non spiegano gli animali.
Ti portano fino a loro con occhi diversi, con un sentire diverso.

Perché l'immensità di ciò che sono e di ciò che fanno non si coglie se non sai come e cosa osservare, se non conosci il loro mondo, il loro modo di comunicare.

"Cambiare sguardo"
Mostra il cavallo come individuo. Il suo linguaggio, le sue relazioni, la sua libertà di scelta.

"Storie di un mondo capovolto"
Sono racconti ispirati agli animali dell'AltroveCapovolto. Per i bambini e per gli adulti che non hanno dimenticato come si ascolta davvero.

Poi mi sono fermata. Ho sentito che metterli dentro una logica di scambio avrebbe tolto loro qualcosa.

Quindi eccoli qui.
Il ricavato, come sempre, va agli animali.

E spero di riuscire a consegnare, a chi li leggerà, un po' della meraviglia e della gratitudine che provo ogni volta che osservo gli animali, quando riesco davvero a spogliarmi di ogni sguardo umano e lascio che siano loro, semplicemente loro.

È il regalo più grande che mi abbiano fatto. Ed è il motivo più profondo per cui ho scritto.

Spero che allarghino visione e cuore, per restituire agli animali ciò che meritano davvero.

Disponibili in PDF e ePub.
Libera donazione a partire da
€11,11 cad.
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Aps Agribizzarra

Presto anche in versione cartacea.

05/05/2026

Oggi è stata una giornata piovosa e molto ventosa.
All’Altrovecapovolto il vento si sente anche ad agosto, quando tutto intorno è fermo e caldo; per cui, quando c’è vento ovunque, qui è molto più intenso.

I cavalli, con il vento, tendono a essere più nervosi, e questo accade per diversi motivi.

Il cavallo è un animale preda la cui sopravvivenza evolutiva è dipesa, per milioni di anni, da una capacità fondamentale: percepire il pericolo prima che fosse visibile.

Il vento è, in questo senso, il suo peggior nemico sensoriale — e insieme il suo primo informatore.
Quando soffia il vento, succedono alcune cose precise nel sistema percettivo di un cavallo:
• i suoni diventano imprevedibili.
Il cavallo ha un udito direzionale finissimo: riesce a muovere ogni padiglione auricolare in modo indipendente, triangolando le fonti sonore con grande precisione.
Con il vento, questa mappa acustica collassa: i rumori arrivano da direzioni false, si sovrappongono, scompaiono e riappaiono.
Per un animale che si fida dell’udito quanto della vista, è come perdere improvvisamente metà del mondo.

• gli odori si moltiplicano e si mescolano.
Il naso del cavallo è in grado di rilevare predatori a centinaia di metri.
Con il vento forte, i filamenti olfattivi arrivano da luoghi lontani in modo discontinuo e caotico... l’equivalente di sentire decine di messaggi di pericolo sovrapposti, senza poter capire quale sia quello reale.

• il campo visivo si popola di movimento.
Foglie, rami, oggetti, ombre — tutto si muove.
E il sistema visivo del cavallo, ottimizzato per rilevare il movimento (segnale di un possibile predatore), viene letteralmente inondato di falsi allarmi.

Il risultato è un sistema nervoso in stato di ipervigilanza giustificata, non irrazionale.
Il cavallo non è “nervoso”: è correttamente in allerta rispetto a un ambiente che ha smesso di essere leggibile.

Anche io, con il vento piuttosto insistente, solitamente sono nervosa.
Oggi invece no.
Li osservavo pascolare e dormire, e mi sono soffermata su Happy e su Melissa perché mentre il resto del branco era posizionato di lato rispetto alla direzione del vento, Happy riposava frontale, e poco distante Melissa era di sedere.

Il posizionamento laterale del branco rispetto al vento è una postura di sorveglianza attiva: il cavallo massimizza la superficie corporea esposta all’aria per ricevere più informazioni possibile, ovvero odori, variazioni di pressione, temperatura, mentre mantiene un occhio libero verso la direzione del flusso.
È il corpo che dice: sto leggendo l’ambiente.

Happy frontale è qualcosa di diverso, e più raro.
Stare frontali al vento in stato di riposo richiede una soglia di allerta molto bassa: significa che l’animale non sta più cercando di decodificare i segnali, li lascia semplicemente passare attraverso.
È quasi meditativo.
Il vento arriva, scorre, non viene interrogato.
C’è una fiducia di fondo nel territorio che permette questo abbandono.

Melissa, con il sedere al vento, è l’altra polarità dello stesso stato di quiete.
La sua è la postura di massima indifferenza funzionale: “non mi interessa da dove vieni, non sei un problema”.
Il sedere è la parte meno sensoriale del corpo, quella che si offre quando non c’è nulla da temere.
È anche termoregolazione, certo, ma la scelta di farlo in quel momento, in quel branco, dice qualcosa di più.

Tra questi cavalli c’è un legame che ha creato una bolla di sicurezza abbastanza solida da ammorbidire persino il vento.
Il branco legge l’ambiente, loro due riposano al suo interno.

Il video è di poco dopo, quando il vento soffiava meno.

29/04/2026

Questo video l'ho girato sabato, 25 aprile e questo post l' ho scritto per metà la sera stessa e per metà stamattina...

All'AltroveCapovolto, tra i recinti, c'è uno spazio dedicato agli umani. Prato, ombra, un tavolone e sedie sotto ai pini marittimi.

Da un mese quello spazio lo condivido con Luce.
Luce è una vitella di due anni. È nata qui, in un luogo sicuro. Sua madre Atena è la più anziana della mandria — i maltrattamenti li ha subiti, e ancora oggi è la più schiva di tutti, anche se si lascia accarezzare. Suo padre si chiama Libero — di nome e di fatto. È arrivato qui che non aveva più di tre mesi. È il bovino più ubbidiente della storia. Ognuno di loro conosce il proprio nome: si gira, risponde quasi sempre con un muggito.

Luce ha osservato e interagito a modo suo, mantenendo le distanze, per due anni. Non ha mai amato il contatto ravvicinato ed io non mi sono mai imposta invadendo i suoi spazi e il suo volere.
Ha guardato da lontano il rapporto tra me e suo padre, tra me e la sua famiglia.

Poi, un mese fa, ha deciso. È scappata dal suo recinto e non è più voluta rientrare e, anche in questo caso, l' ho assecondata.

Stasera ha fatto grooming prima con suo padre, poi con Rebh, il suo amico del cuore, al di là della staccionata.
Poi ha deciso che voleva giocare.
Il tramonto, per i bovini che vivono qui, è tempo di gioco.
Mi ha fatto un agguato. Poi è scappata. Si è fermata, mi ha guardata con quella faccia buffa che ha — ed è riscappata.
L'ho rincorsa. Lei è scappata e poi mi ha rincorsa, smontonando di gioia (ho ripreso solo la parte in cui la rincorrevo io, per ovvi motivi 😅)

Non ho un nome etologico per quello che succede tra noi. E non ce l'ha nemmeno la scienza: una revisione sistematica della letteratura pubblicata su Animal Behavior and Cognition nel 2017 conclude che non esistono studi sulla comunicazione tra bovini e umani come campo autonomo — perché quando il comportamento dei bovini viene studiato, lo è quasi esclusivamente nell'ottica del loro utilizzo come merce.
Eppure nel 2023 un team dell'Università Federico II di Napoli ha dimostrato per la prima volta una correlazione tra ossitocina e comportamenti sociali diretti verso gli umani nei bovini. L'elemento rivoluzionario, scrivono i ricercatori, è che questa correlazione emerge in una specie che non è stata selezionata evolutivamente per la socialità con l'uomo.
A differenza dei cani.
I cani hanno quindicimila anni di selezione attiva alle sp***e — noi abbiamo scelto, generazione dopo generazione, quelli più predisposti a stare con noi. I bovini no. Eppure bastano poche generazioni di contesto giusto, e la predisposizione emerge da sola. Senza che nessuno l'abbia mai cercata.

I cani sono stati scelti. Luce ha scelto.
Quello che emerge — la gelosia, i toni di voce diversi per ogni situazione, il gioco inventato insieme — non è antropomorfizzazione. È comunicazione che esisteva già, compressa, in attesa di uno spazio in cui fosse sicuro tirarla fuori. E di qualcuno disposto ad aspettare.

Le persone si indignano se i cinesi mangiano cani. Perché i cani si relazionano con noi. Perché abbiamo condiviso quindicimila anni, e quell'esperienza ha lasciato tracce — nel loro DNA, nel nostro sguardo.
Luce ha due anni. In due anni ha imparato questo.

Pensate cosa sarebbe, se avesse avuto quindicimila anni di epigenetica trasmessa. Cosa emergerebbe da una specie a cui avessimo davvero dato il tempo, e lo spazio, di rivelarsi.
Per l'essere umano, però, valgono solo un tanto al chilo.

Ieri, martedì 28 aprile, Luce mi ha detto che voleva tornare nel suo recinto.

A differenza delle altre volte in cui, se era davanti all'ingresso e mi avvicinavo scappava, ieri ha aspettato che aprissi. Ed è corsa dentro, dalla sua famiglia.
Dopo quattro settimane insieme è stato bello vederla tornare felice a fare la mucca (spiacente, non riesco a chiamarla v***a) — a giocare da mucca, a fare tutte le cose etologicamente affini alla sua specie.
Le sono profondamente grata. Per avermi mostrato, ancora una volta, quanto poco sappiamo di questi animali meravigliosi.

Luce non mi ha mai prevaricata, neanche quando aveva accesso ai mangimi e stava sempre con me durante la preparazione dei pasti di tutti. Aspettava il suo turno. Correva al cancello quando mi vedeva arrivare. Mi seguiva la sera per un ultimo saluto quando andavo via. Ho visto come smontava la staccionata da fuori — usando le corna come leva sui pali di legno, o da appoggio per far scorrere quelli di ferro. Un'arguzia silenziosa e precisa.
E nel gioco ha moderato la forza, cambiato approccio. Ha capito che ero diversa da lei e si è regolata. Non è scontato. Non è poco. È la prova che quello che stava succedendo tra noi era relazione vera — non abitudine, non dipendenza. Relazione.

Ha scelto di ve**re. Ha scelto di restare. Ha scelto di tornare.
Tre volte, Luce ha scelto.

PS. LE MARCHE AURICOLARI SE LE È STRAPPATE VIA (LACERANDOSI ANCHE UN ORECCHIO) E IERI SONO ARRIVATE QUELLE NUOVE. PURTROPPO ORA DOVRÒ RIMETTERLE STA TORTURA ALLE ORECCHIE 🤬

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57025

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