20/07/2026
Meglio ricordare da dove si viene e quale strada si ha scelto di percorrere.
Sono partita da qui.
Da questo collare di ferro a strangolo con le punte rivolte verso l'interno del collo del cane.
Ero una bambina e si faceva così.
Ricordo perfettamente che sapevo quale fosse la funzione delle punte metalliche e l'idea che servissero a fare male se il cane avesse tirato, mi dispiaceva molto, ma era così e basta.
Il cane doveva stare al piede e non doveva ti**re, altrimenti uno strattone al collo e via.
Il mio primo cane era Lulú, una meticcia di pastore tedesco che aveva però le dimensioni di un collie, al massimo.
Fu educata con le punizioni, davvero severamente e ci piangevo. Lei guaiva e io piangevo.
Ma si faceva così e io ero una bambina.
Poi arrivò Kenya, l'adottai io, ero poco più che ventenne.
Aveva un collare a strozzo, ma senza punte, per ca**tà.
Scelsi io quel collare di ferro, facendo un upgrade nella mia testa. Niente punte è il massimo che io possa fare per lei.
Lei era ancora cucciola e ricordo che un'auto ci passó così vicino che le diedi uno strattone fortissimo, utilizzando la medesima forza che usavo con il cane precedente e la vidi letteralmente volare dall'altro lato. Appesa per il collo.
Fui terribilmente colpita da questo accadimento. Mi resi conto che stavo usando la forza e che la mia forza si esprimeva tutta sul collo di una cucciola di pochi mesi, leggera come una piuma. Lo ricordo come fosse ieri ma sono passati vent'anni.
Passai al collare fisso.
Da lì a tre, quattro anni cominciai a vedere in giro le prime pettorine.
Le detestavo. Guardavo i proprietari con disgusto perché la pettorina per me equivaleva ad un vestitino; apparteneva ad una sfera estetica e toglieva dignità al cane, col suo bel collare di ferro da animale ganzo.
Non avevo capito un c***o.
Tant'è che per la prima volta a Napoli ci fu una conferenza del professor Marchesini, veterinario, etologo, filosofo e fondatore di quello che poi divenne il pensiero nuovo della cinofilia.
E io andai a sentirlo. Andai nonostante la persona che voleva accompagnarmi, avesse la febbre. Nonostante non guidassi ed il posto fosse lontano da raggiungere.
Ci andai con Kenya.
Ed il giorno dopo, neanche 24 h trascorsero, Kenya camminava per le strade di Napoli indossando una pettorina rosa ad H.
Fu tanto lo sgomento di quella presa di coscienza che mi sentii in dovere di studiare e capire e da lì non mi sono mai più fermata.
Per chiarezza, quello che disse Marchesini fu un concetto molto semplice.
Il collare a strozzo provoca dolore, è pericoloso ma soprattutto delinea una relazione basata sul controllo del cane da parte della nostra volontà e forza fisica. La pettorina no.
Io volevo un'amica, una compagna di vita o come dicevo sempre di Kenya, una coinquilina.
Perché lei non mi apparteneva, lei non era "il mio cane", lei viveva con me ed io con lei.
E nessuno comandava, ma ci guidavamo in ciò che ognuna sapeva fare meglio.
Senza forza, ma per affetto e sincera amicizia.