Educatrice Cinofila Giulia Torre

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Educatrice Cinofila (lezioni personalizzate a domicilio) - Esperta in Alimentazione funzionale per cane e gatto - Pet Therapy (coadiutrice cane negli IAA in struttura e/o a casa) Il lavoro come Educatrice Cinofila, Esperta in alimentazione funzionale per cane e gatto e coadiutrice del cane negli IAA (Pet Therapist), mi permette di vivere la mia passione per gli animali, lungo un continuo percorso

di crescita personale e professionale, perché in questo ambito come nella vita non si smette mai d'imparare generando sempre entusiasmo e motivazione.

Vuoi scoprire cosa il tuo cane sta dicendo ai suoi simili?Non perderti l'occasione di capire come il tuo cane comunica e...
31/03/2026

Vuoi scoprire cosa il tuo cane sta dicendo ai suoi simili?

Non perderti l'occasione di capire come il tuo cane comunica e interagisce con i suoi conspecifici!

Ti aspettiamo domenica 12 aprile 2026 c/o Dog Garda Resort a Peschiera del Garda.

Posti limitati!

Per info e iscrizioni:
Giulia Torre 3405829612
Elena Froldi 3245964313

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24/02/2026

Voglio condividere questa storia commuovente perchè parla di Umanità, quella che dona speranza e che ogni giorno io cerco di intravedere nel mio piccolo mondo...

Il cassiere mormorò: «Rifiutata», e l’uomo anziano abbassò lo sguardo sul suo cane come se dovesse salutarlo. Io ero lì, in coda, e capii che in quel momento si stava decidendo qualcosa di molto più grande di una semplice spesa.

Il bip del pos era asciutto, implacabile, più forte della radio tenue del piccolo supermercato di quartiere.

«Mi dispiace, signor Bruno…» disse la ragazza alla cassa, abbassando ancora di più la voce perché gli altri non sentissero. «Risulta credito insufficiente… di nuovo.»

Bruno De Santis avrà avuto settantacinque anni, forse oltre. Indossava un cappotto che aveva visto stagioni migliori, e mani segnate da una vita di lavoro. Non fece scenate, non protestò. Rimase lì, a fissare il sacco di crocchette sul nastro.

Non erano quelle “di marca”, né un capriccio. Erano le crocchette “per digestione sensibile”, quelle consigliate dal veterinario quando un cane è anziano e delicato, e basta poco per farlo stare male. Ed erano costose. Troppo costose, quando la pensione si spezza tra bollette, affitto e farmaci.

La mano di Bruno tremò mentre spostava il sacco di lato. «Va bene così…» sussurrò, con una voce che si incrinò. «Prenderò quelle normali. Per qualche giorno… se la caverà.»

Ai suoi piedi c’era Tito, un meticcio con il muso grigio e il pelo arruffato, con un orecchio piegato come se avesse discusso con la vita e poi avesse deciso di restare comunque. Guardava Bruno con quella fiducia semplice che i cani hanno: non sapeva di essere “il problema”. Sapeva solo che si fidava di quell’uomo.

Io vidi i conti fare rumore negli occhi di Bruno.

Non erano solo soldi. Era la scelta che certe persone fanno in silenzio: quale rinuncia tenere e quale rimandare. Quale compressa saltare la settimana dopo. Quale visita posticipare. Quale cena far finta di non sentire nello stomaco. Per dare al cane almeno la possibilità di stare bene.

Bruno afferrò il sacco come per riportarlo allo scaffale.

«Lo lasci.» dissi.

Mi sentii parlare prima ancora di decidere. Feci un passo avanti e infilai la mia carta nel lettore. «Lo metta sul mio conto.»

Bruno si fermò. Mi guardò come si guarda una persona che ti sorprende proprio quando sei più fragile. Aveva gli occhi stanchi, lucidi. «Giovanotto… non posso. Non ci conosciamo. E quello costa tanto.»

«È vero, non mi conosce.» risposi. «Ma io conosco quello sguardo. E so che Tito non è “solo un cane”.»

Bruno abbassò gli occhi su Tito, che scodinzolò piano, una volta soltanto, come a dire: “Siamo ancora insieme, vero?”

L’uomo inspirò a lungo, come se trattenesse tutto da anni. «Mia moglie è morta quattro anni fa.» disse a bassa voce, senza lamento, solo come un fatto. «I figli… hanno la loro vita. Stanno lontani. Io… io parlo con qualcuno solo quando vengo qui o quando saluto due persone al parco. Tito è l’unico che sente la mia voce tutto il giorno. Se sta male perché non riesco a nutrirlo come dovrei…»

Non finì la frase. Non serviva.

Pagai. La cassiera mi lanciò uno sguardo pieno di gratitudine e imbarazzo insieme.

Uscimmo insieme. Fuori c’era quel vento freddo che taglia le strade nei pomeriggi d’inverno, e l’odore di pane della panetteria all’angolo. Aiutai Bruno a caricare il sacco nel bagagliaio di una vecchia utilitaria con un po’ di ruggine sul bordo. Era chiaro che l’auto non era un lusso, ma un pezzo di resistenza quotidiana.

Prima di salire, Bruno mi strinse la mano. Aveva una presa sorprendentemente forte. «Lei non ha comprato solo crocchette.» disse piano. «Lei mi ha dato un altro mese in cui posso sentirmi utile a qualcuno.»

Quella notte non riuscii a dormire.

Sui telefoni, in televisione, al bar, sentiamo sempre parlare di prezzi che salgono, di bollette, di rabbia. Di chi ha ragione e chi ha torto. Ma nessuno ripete abbastanza spesso questa cosa semplice: per tanti anziani la distanza tra “tirare avanti” e “crollare” è un sacco di crocchette da sessanta euro, per l’unica creatura che li aspetta davvero dietro la porta.

Così, il martedì successivo tornai nello stesso negozio.

Non comprai molto. Presi una tessera regalo, di quelle anonime. La infilai in una bustina trasparente e la attaccai allo scaffale proprio sotto quelle crocchette “digestione sensibile”. Poi presi una penna e scrissi su un bigliettino, con la mia grafia storta:

“Per Tito. E per chi deve scegliere tra le proprie medicine e la cena del suo compagno di casa. Ti vediamo.”

Feci una foto, senza persone riconoscibili, solo lo scaffale e il biglietto. La pubblicai online con poche parole. Non mi aspettavo nulla. Pensavo che sarebbe rimasta lì, come una goccia nel mare.

Il giorno dopo rientrai, passando tra i corridoi come sempre.

E mi si chiuse la gola.

Lo scaffale non aveva solo cibo. Era coperto di tessere regalo.

Decine. Attaccate con nastro adesivo, infilate sotto le scatole, tra i sacchi, perfino accanto alla lettiera per gatti e alle scatolette morbide per cani senza denti. Ogni tessera aveva un biglietto. Grafie diverse, carta diversa, parole diverse.

“Per la cagnolina con problemi articolari. Tieni duro.”
“Da una vedova a un’altra: non sei sola.”
“Il mio cane mi è stato vicino in un periodo difficile. Ora tocca a me aiutare qualcuno.”
“Per chi ha le mani che tremano alla cassa: qui non devi vergognarti.”

Restai lì, immobile, come davanti a un altare improvvisato. Non un altare religioso, ma di umanità quotidiana.

La cassiera — la stessa ragazza — mi vide e mi fece cenno con la mano. Aveva gli occhi rossi. «È venuto stamattina il signor Bruno.» mi disse, e la voce le tremò. «È arrivato con Tito. Ha preso le sue crocchette, è venuto qui… e io gli ho detto che non doveva pagare. Che c’era credito. Che… che era già coperto.»

«E lui?» chiesi, anche se lo immaginavo.

«È rimasto fermo dieci minuti.» rispose. «Non a guardare il cibo… a leggere i biglietti. Uno per uno. Poi mi ha chiesto di dirle una cosa.»

«Quale?»

La ragazza si asciugò una lacrima con il dorso della mano. «Ha detto che da tre anni si sente invisibile. Come un’ombra che attraversa la città. Ma oggi, quando ha portato Tito al parco, ha camminato a testa alta. Perché ha capito che non è solo un anziano con un cane. È… parte di una comunità.»

In un mondo che urla, che si arrabbia, che si divide per tutto, quello scaffale era diventato un posto in cui nessuno chiedeva da dove vieni, cosa voti, come la pensi. Nessuno guardava il cappotto consumato, o le scarpe vecchie, o le mani tremanti.

Guardavano una sola verità: nessuno dovrebbe essere costretto a rinunciare al benessere del proprio animale di casa solo perché non può permettersi il conto.

Se puoi, la prossima volta lascia anche solo pochi euro. Scrivi un biglietto. Attaccalo a uno scaffale.

Il mondo è pieno di persone che si sentono sole e non lo dicono a nessuno.

Sii tu il motivo per cui, per un giorno, qualcuno torna a casa pensando che non tutto è perduto.

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