Stefy's Dog Home

Stefy's Dog Home Appassionata di animali mi prenderò cura dei vostri amici pelosetti a 4 zampe quando sarete al lavoro o in vacanza.

Per qualsiasi informazione mandatemi un messaggio inbox. Potete anche trovarmi sul sito

https://it.dogbuddy.com/dog-sitter-modena/io-ed

03/04/2026

La fecero entrare da un ingresso secondario.
Poi la misero da sola, in fondo alla sala.

Nel 1940, mentre Hollywood celebrava una delle sue notti più scintillanti, Hattie McDaniel stava scrivendo la storia… ma lo faceva da sola, seduta in un angolo.

Era figlia di due ex schiavi. Prima del cinema aveva conosciuto la fatica vera: lavori umili, giornate lunghe, dignità costruita pezzo dopo pezzo. Quando Hollywood le aprì uno spiraglio, lo fece nel modo più stretto possibile: i ruoli concessi a una donna nera erano quasi sempre quelli di domestica. Lei accettò. Non per rassegnazione, ma per strategia. Per restare. Per avanzare, anche di un solo passo alla volta.

Poi arrivò Via col vento. Il suo personaggio, Mammy, non era solo un ruolo: era presenza, forza, verità. Ogni sua scena aveva peso. Ogni sguardo restava. Eppure, fuori dal set, nulla cambiava davvero. Alla prima del film ad Atlanta, nel 1939, le fu vietato persino di partecipare. Il talento non bastava a superare il colore della pelle.

La notte degli Oscar avrebbe dovuto essere diversa. E invece fu l’ennesima contraddizione. L’hotel che ospitava la cerimonia accettava solo i bianchi. Per farla entrare servì un’eccezione. Ma anche dentro, il confine restava: Hattie fu accompagnata a un tavolino isolato, lontano dal resto del cast. Invisibile, proprio quando il mondo avrebbe dovuto vederla.

E da lì si alzò.

Attraversò la sala. Salì sul palco. E fece qualcosa che nessuno prima di lei aveva fatto: diventò la prima persona afroamericana a vincere un Oscar. Non una statuetta, ma una targa. Eppure bastò. Con la voce che tremava appena, parlò di orgoglio, di responsabilità, di futuro. Parole semplici, ma cariche di tutto quello che quella notte non le era stato dato.

Il futuro, però, non cambiò alla stessa velocità. Hollywood continuò a offrirle sempre gli stessi ruoli, gli stessi limiti. Quando morì, nel 1952, era povera. E dimenticata da quell’industria che aveva contribuito a rendere grande. Anche dopo la morte, un altro rifiuto: non le permisero di essere sepolta in un cimitero di Hollywood. Ancora una volta, esclusa.

Gli anni passarono. Troppi. I riconoscimenti arrivarono tardi, sommessi, quasi in ritardo sulla coscienza collettiva. Ma la sua storia aveva già lasciato un segno profondo.

Molto tempo dopo, un’altra donna salì su quel palco. Mo’Nique. Tra i capelli una gardenia bianca, indosso un abito blu. Non era un caso. Era memoria. Era rispetto.

E quando parlò, non ringraziò solo chi era lì quella sera.
Ringraziò chi, molto prima, aveva aperto la strada pagando tutto.

Perché ci sono vittorie che non cancellano le ingiustizie.
Ma fanno in modo che nessuno possa più fingere di non vederle.

03/04/2026

😍😍

24/03/2026

Quando Robin Williams entrava in una stanza, sembrava quasi che la luce cambiasse direzione. E quando Christopher Reeve volava nei cieli nei panni di Superman, milioni di persone guardavano lo schermo convinte che, in fondo, tutto fosse davvero possibile. Ma la storia più straordinaria che li lega non è quella dei riflettori o dei set cinematografici. È una storia più silenziosa, più umana. Ed è proprio per questo che è la più bella.

Tutto cominciò molto prima della fama, tra i corridoi e le aule della Juilliard School di New York. Erano giovani, pieni di sogni e con pochissimi soldi in tasca. Dividevano la stanza, il frigorifero – spesso desolatamente vuoto – e soprattutto le risate. Christopher era metodico, disciplinato, quasi rigoroso. Robin, invece, era un vortice di energia, improvvisazione e genialità. Due caratteri opposti, ma perfettamente complementari. In poco tempo smisero di essere semplici compagni di studio: si scelsero come fratelli.

Poi arrivò la vita, quella che cambia tutto. Christopher Reeve diventò Superman e conquistò il mondo. Robin Williams esplose prima come Mork e poi come uno degli attori più amati e straordinari della sua generazione. Le loro strade si divisero, ognuno inseguendo il proprio destino. Ma il legame tra loro non si spezzò mai. Rimase lì, forte e silenzioso.

Nel 1995 accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare. Durante una gara di equitazione, Christopher cadde da cavallo. L’incidente lo lasciò paralizzato dal collo in giù. Fu un colpo devastante. Nei mesi successivi combatté contro il dolore, la rabbia, la paura e quella terribile tentazione di arrendersi.

Poi, un giorno, mentre era ancora in ospedale e la speranza sembrava lontana, nella stanza entrò un uomo vestito da chirurgo russo, con un accento improbabile e un’aria completamente fuori luogo. Era Robin. Cominciò a fare il buffone, annunciando con tono serio che dovevano operare subito Christopher per rimuovere un oggetto molto scomodo dal retto.

Per la prima volta dopo giorni di buio, Christopher scoppiò a ridere. Una risata vera, liberatoria. Pianse, ma ridendo. E in quel momento capì che, in qualche modo, ce l’avrebbe fatta.

Anni dopo raccontò: “Quella risata fu il primo segno che ero ancora vivo. Robin mi salvò la vita quel giorno. E continuò a farlo ogni volta che veniva a trovarmi.”

Robin Williams non smise mai di essergli accanto. Lo sostenne moralmente, finanziariamente, emotivamente. Sempre lontano dalle telecamere, senza mai cercare attenzione o riconoscimenti. Lo fece semplicemente perché lo amava come un fratello. Una volta disse: “Lui era il mio Superman. Io gli prestavo solo un po’ di felicità.”

Quando Christopher Reeve morì nel 2004, Robin ne fu profondamente distrutto. Eppure continuò a parlare di lui con rispetto, gratitudine e quella malinconia dolce che solo chi ha amato davvero conosce.

Guardando indietro oggi, sembra quasi che il mondo abbia avuto due supereroi veri. Uno volava nei cieli del cinema. L’altro sapeva volare dentro il cuore delle persone.

E forse è proprio questa la lezione più bella che ci hanno lasciato: l’amicizia autentica non ha bisogno di applausi, di palcoscenici o di riflettori. Ha solo bisogno di qualcuno che resti. Anche quando tutto crolla. Soprattutto quando tutto crolla.

Perché, a volte, i veri superpoteri non sono quelli che ci fanno volare. Sono quelli che ci fanno restare accanto a chi amiamo, quando il mondo diventa troppo pesante da portare da soli. ❤️

21/03/2026

Si incontrarono sul set di un film.
E, senza saperlo, si riconobbero.

Non era ancora la fama. Non erano ancora gli Oscar, i red carpet, i riflettori.
Erano solo due anime all’inizio di qualcosa.
Due destini che si sfioravano, prima di diventare leggenda.

Era il 1980. Il film si chiamava Excalibur. Era un mondo fatto di fango, spade e magia.
Ma la vera storia non era nella sceneggiatura.

Helen Mirren era già una presenza potente, magnetica, una donna che non passava inosservata.
Liam Neeson, invece, era ancora all’inizio. Un ragazzo alto, silenzioso, con più sogni che certezze.

Poi successe qualcosa.

Lui la vide arrivare sul set, vestita da Morgana. Forte. Bellissima. Irraggiungibile.
E in quell’istante capì che qualcosa dentro di lui era cambiato per sempre.

Non servirono parole.

Anche per lei fu lo stesso. Nonostante la differenza d’età, nonostante la fama, nonostante tutto… vide in lui qualcosa che andava oltre. Qualcosa di vero.

E così iniziò tutto.

Non una storia qualunque.
Una storia che cresceva giorno dopo giorno, fatta di presenza, di sostegno, di costruzione.

Lui si trasferì a casa sua, a Londra.
Vivevano insieme, condividevano sogni, paure, speranze.
E mentre il mondo ancora non li conosceva… loro si stavano formando.

Lei gli insegnò a muoversi in quell’ambiente difficile.
Gli trovò un agente. Lo incoraggiò quando voleva mollare.
Lui, da parte sua, imparava, cresceva, diventava.

“Ero solo un ragazzo di Belfast… e lei mi ha aperto il mondo.”

Non era solo amore.
Era crescita.

Viaggi, conversazioni infinite, risate, silenzi pieni.
Due vite che si intrecciavano mentre cercavano il loro posto nel mondo.

Ma l’amore, a volte, cambia forma.

Col tempo, qualcosa si trasformò.
Lei capì che lui stava diventando altro. Più forte. Più indipendente.
E lui capì che, per diventare davvero ciò che era destinato a essere… doveva camminare da solo.

Non ci furono tradimenti.
Non ci furono urla.

Solo una verità difficile da accettare:
amarsi, a volte, significa lasciarsi andare.

“Ci amavamo. È stato difficile… ma era il momento giusto.”

E così si separarono.

Con rispetto.
Con gratitudine.
Con quella forma rara di amore che non distrugge… ma libera.

Le loro vite presero strade diverse.
Lui trovò un amore profondo con Natasha Richardson.
Lei costruì la sua felicità accanto a Taylor Hackford.

Eppure…

Alcuni legami non si spezzano mai davvero.

Anni dopo, si ritrovarono.
Seduti l’uno accanto all’altra, sorridenti, complici, su The Graham Norton Show.
Il tempo era passato. Tutto era cambiato.

Ma qualcosa era rimasto.

Non più passione.
Non più desiderio.

Ma una tenerezza profonda.
Un rispetto che solo chi ha condiviso davvero qualcosa può capire.

Oggi sono due leggende.
Due vite piene. Due storie immense.

Ma quando si guardano…
non vedono i premi. Non vedono la fama.

Vedono due ragazzi.
Su un set pieno di fango.
All’inizio di tutto.

E forse è proprio questo il senso.

Non tutti gli amori sono fatti per durare per sempre.
Alcuni arrivano per cambiarti.
Per costruirti.
Per insegnarti chi sei.

E lasciarli andare…
non è una sconfitta.

È la forma più alta di amore che esista.

19/03/2026

È come se si fossero messi tutti d’accordo: grandi, piccoli, piumati, pelosi, lenti, veloci.

Ognuno ha portato qualcosa di se…uno sguardo dolce, una zampetta timida, un battito d’ali, un cuore che parla senza parole.

E al centro, con la fierezza di chi sa di rappresentare tutti, il cane che regge il cartello più semplice e più vero: “Auguri Papà!”❤️

Perché per loro “papà” non è solo chi dà da mangiare o apre la porta al mattino.

È chi li guarda come fossero unici, chi li ascolta anche quando non parlano, chi li protegge, chi li ama senza condizioni.

Questa piccola “famiglia impossibile” si è riunita per dirlo a modo suo:
che l’amore non ha specie, non ha confini, non ha regole.

Ha solo gratitudine.
E oggi, tutta insieme, te la consegna così.
Auguri a te, che per loro sei casa.

18/03/2026

Oggi il mio ragazzo mi ha dato un ultimatum: dovevo scegliere tra lui e i miei gatti, Leo e Milo. Il motivo? Diceva che non sopportava più che dormissero sul mio letto e che la casa fosse “invasa dai gatti”.

Io li guardavo sul divano, tranquilli accanto a me, mentre lui li chiamava perfino “disgustosi”. Quei due mici erano con me da anni, molto prima che lui entrasse nella mia vita. Sono stati accanto a me nei momenti difficili, senza chiedere nulla.

Alla fine la decisione è stata semplice. Lui ha preso le sue cose ed è uscito dalla porta. Io sono rimasta seduta sul divano con Leo e Milo, che si sono accoccolati vicino a me come fanno sempre.

E lì ho capito una cosa molto chiara: chi ti chiede di rinunciare a chi ti ha voluto bene dal primo giorno, probabilmente non ti avrebbe mai amata nel modo giusto. Forse ho perso una relazione… ma ho tenuto con me ciò che conta davvero. 🐾

18/03/2026

‎Nel 1965, Janis Joplin tornò a casa a Port Arthur, in Texas, raggiante di eccitazione. Era fidanzata con Peter de Blanc, un ingegnere informatico di New York che credeva fosse il suo futuro. Raccontò alla famiglia i progetti di matrimonio, indossava l'anello con orgoglio e aveva persino iniziato a pensare di mettere su famiglia. Per una donna che spesso si era sentita un pesce fuor d'acqua nella sua città natale conservatrice, questo era un momento di trionfo personale. Peter aveva visto in lei qualcosa che gli altri avevano trascurato: la sua vulnerabilità, il suo umorismo, la sua brama d'amore.

‎Peter de Blanc aveva conosciuto Janis a San Francisco mentre lei stava cercando di ritagliarsi uno spazio nella scena musicale folk e blues. La loro connessione era stata rapida e profonda. Janis, spesso circondata da persone che fraintendevano la sua energia selvaggia, trovò in Peter una presenza calma e intellettuale. Lui aveva un fascino discreto e un modo di guardarla che la faceva sentire, per una volta, sufficiente. Le sue lettere ad amici e familiari in quel periodo erano piene di speranza. Pensava di aver finalmente trovato qualcuno che l'accettava interamente.

‎Ma poco dopo essere tornato a New York, Peter smise di rispondere alle sue chiamate. Poi arrivò una lettera, secca, definitiva. Il fidanzamento era rotto. Nessuna spiegazione. Nessuna scusa. Janis fu colta alla sprovvista.

‎Il colpo emotivo la distrusse. Il rifiuto spogliò via la fragile fiducia che aveva iniziato a costruire. Il suo ritorno a Port Arthur era stato pieno di sogni, ma ripartì di nuovo come una persona diversa, umiliata, confusa e annegata nel crepacuore. Si chiuse a chiave nella sua stanza, piangendo per ore. Suo fratello ricordò in seguito come la loro famiglia cercò di consolarla, ma lei si rifiutò di parlarne. Ciò che la perseguitava di più non era semplicemente la perdita dell'amore, ma il silenzio che aveva lasciato dietro di sé.

‎Tornata a San Francisco, il dolore iniziò a penetrare nella sua musica. Il modo in cui urlava i suoi testi, il modo in cui la sua voce si incrinava ai bordi, tutto portava l'ombra di quella devastazione personale. Iniziò a bere di più. Il suo rapporto con le sostanze si approfondì. Gli amici notarono che diventava più ritirata quando non era sul palco, la sua risata più corta, i suoi sorrisi meno frequenti.

‎Peter de Blanc non commentò mai pubblicamente cosa lo spinse a lasciarla. Ma chi conosceva Janis diceva che non se ne riprese mai completamente. Ne parlava raramente nelle interviste, ma in momenti privati, menzionava l'uomo che l'aveva fatta sentire importante, per poi lasciarla a mettere in dubbio il proprio valore di nuovo.

‎Durante la registrazione di "Pearl", raccontava storie al suo produttore Paul Rothchild fino a tarda notte. Una notte, si aprì su come avesse comprato un vestito per il matrimonio. Era rimasto appeso nel suo armadio per anni. Non sopportava l'idea di regalarlo. Quel vestito, intatto e mai visto, divenne il simbolo di quel tipo di crepacuore che si insinua in profondità e non se ne va mai veramente.

‎Le sue canzoni come "Piece of My Heart" e "Little Girl Blue" iniziarono ad assumere un significato ancora maggiore. Il dolore nella sua voce non era una performance, era memoria. Non stava solo incanalando il blues degli altri, stava versando il suo in ogni sillaba. Il pubblico rispondeva perché poteva sentire quella crudezza, ma molti non ne conobbero mai la fonte.

‎I suoi compagni di band una volta raccontarono come Janis a volte piangesse dietro le quinte prima di uno spettacolo, stringendo un piccolo medaglione d'argento che Peter le aveva regalato una volta. Nessuno sapeva che lo conservava ancora, nascosto nel suo kit di trucco. Non lo indossava mai sul palco, ma lo toccava sempre prima di uscire a cantare. Janis Joplin amava con tutto ciò che aveva. Quando Peter se ne andò, le portò via qualcosa che non recuperò mai del tutto.

‎Alcuni crepacuori non si scrivono da soli nelle canzoni. Rimangono silenziosi, impressi tra le note, plasmando silenziosamente ogni melodia.

13/03/2026

Erano le 7:12 del mattino quando una ragazza entrò nella mia clinica con una scatola da scarpe dalla quale gocciolava qualcosa sul pavimento.
All’inizio pensai che fosse neve sciolta portata da fuori.
Poi vidi il sangue.

Mi chiamo Dr. Mark Halpern. Ho 64 anni e quella mattina avrei dovuto seguire le nuove regole.

Tre mesi prima, la clinica veterinaria che avevo costruito con le mie stesse mani era stata acquistata da una grande società nazionale.
Nuove divise.
Nuovi loghi.
Nuove politiche.

E la regola che ripetevano in ogni riunione era semplice:
niente pagamento anticipato, nessun trattamento.

La ragazza davanti alla mia scrivania non poteva avere più di quattordici anni.
Aveva i capelli bagnati per la neve e le scarpe sembravano di due numeri più grandi.
Aprì delicatamente la scatola da scarpe.

Dentro c’era un minuscolo cucciolo nero che respirava a malapena.
Un taglio profondo gli correva lungo il fianco, come se fosse stato ferito da vetri rotti.

“L’ho trovato dietro il cassonetto del supermercato”, sussurrò.
“Piangeva.”

Il cucciolo cercò di sollevare la testa… ma non ci riuscì.

“I tuoi genitori sanno che sei qui?” chiesi piano.

Lei scosse la testa.
“Vivo con mia nonna. È malata. Non abbiamo soldi.”

Poi mi porse la scatola.

Attaccate all’interno del coperchio c’erano tre monete e un piccolo biglietto piegato.

“Ho venduto il mio pranzo oggi”, disse sottovoce.
“Può bastare?”

Dietro di me, il nuovo supervisore regionale della clinica si schiarì la voce.
Era arrivato la sera prima per “osservare le operazioni”.

“Dottore”, disse con voce fredda, “se cura ogni animale randagio che qualcuno porta qui, manderà in rovina questa clinica.”

Il cucciolo lasciò uscire un debole guaito.

Lavoro con gli animali da oltre quarant’anni.
Impari a riconoscere la differenza tra un verso di dolore…
e il verso di qualcosa che si sta arrendendo.

Questo ci era molto vicino.

Guardai di nuovo la ragazza.
Non stava chiedendo ca**tà.
Stava chiedendo se la gentilezza esistesse ancora.

Mi voltai verso il supervisore.

“Quanto profitto fa questa clinica ogni mese?” chiesi.

Lui si rabbuiò.
“Non è rilevante.”

“Per me lo è.”

“Circa ottantamila dollari”, ammise.

Annuii lentamente.
Poi presi le tre monete dalla scatola da scarpe…
e le posai con cura sul banco della reception.

“Ecco”, dissi.
“Pagamento ricevuto.”

Il volto del supervisore diventò rosso.

“Non può essere serio.”

“Oh, sono serissimo”, risposi.

Poi presi la scatola da scarpe e mi avviai verso la sala operatoria.

“Preparate il tavolo.”

L’operazione durò due ore.

Il cucciolo aveva ingerito pezzi di plastica rotta che gli avevano lacerato lo stomaco.
Quando finalmente lo ricucimmo, pesava meno di due chili.

Ma era vivo.

Quando tornai in sala d’attesa, la ragazza si era addormentata sulla sedia.
Aveva la testa appoggiata al muro.

La svegliai delicatamente.

“Ce la farà”, le dissi.

Per un momento si limitò a fissarmi.
Poi scoppiò a piangere.

Il supervisore non disse una parola.
Ma due giorni dopo ricevetti l’e-mail.

“Rapporto di lavoro terminato per violazione della politica di conformità finanziaria.”

Quarant’anni di lavoro.
Finiti con un solo messaggio.

Raccolsi le mie cose in silenzio.

Ma ecco la parte che non si aspettavano.

La receptionist, che aveva visto tutto…
pubblicò la storia online.

Nel giro di 48 ore accadde qualcosa di incredibile.

Centinaia di persone iniziarono a presentarsi fuori dalla clinica.
Non per protestare.
Per aiutare.

Un imprenditore in pensione si offrì di ristrutturare un piccolo edificio di sua proprietà.
Un negozio locale di articoli per animali donò cibo e forniture mediche.
Un’infermiera offrì i suoi weekend come volontaria.
E qualcuno avviò una raccolta fondi.

Tre settimane dopo aprimmo una piccola clinica dall’altra parte della città.

Un’insegna dipinta a mano era appesa sopra la porta:

“Three Coins Veterinary Care.”

La regola è semplice.
Se puoi pagare, paghi.
Se non puoi…
porta quello che hai.

La settimana scorsa la ragazza è tornata.

Il cucciolo camminava accanto a lei.
Sano.
Felice.
Con la coda che scodinzolava impazzita.

Posò di nuovo tre monete sulla mia scrivania.

Provai a ridargliele.

Lei scosse la testa.

“No”, disse.
“Questi sono i soldi per il suo controllo.”

Ed è stato in quel momento che ho capito una cosa.

A volte i pagamenti più piccoli…
creano i miracoli più grandi. ❤️

13/03/2026

Ci sono persone che lasciano un segno.
Che nel silenzio della loro vita, insegnano l’amore più puro.
Enrica Bonaccorti non ha mai nascosto quanto i cani fossero parte della sua anima.
Non era una moda.
Non era una posa.
Era amore vero.
Accanto a lei, negli ultimi anni, c’era Nina.
Una cagnolina trovata in canile, timida, spaventata,
salvata da una pozzanghera e da un passato che forse nessuno conoscerà mai davvero.
Eppure da quel momento tutto è cambiato.
Nina ha trovato una casa.
Ma forse, ancora di più, Enrica ha trovato una compagna di vita.
La chiamava “una delizia”.
Diceva che gli animali sanno dare una cosa che gli esseri umani spesso dimenticano:
la sincerità.
Una sincerità che non giudica.
Che non tradisce.
Che resta accanto a te anche nei momenti più difficili.
E di momenti difficili Enrica ne ha conosciuti.
La perdita del suo compagno dopo 22 anni di vita insieme.
Il dolore che lascia un vuoto dentro casa.
Ma in quel silenzio c’era sempre Nina.
Una presenza discreta.
Una coda che scodinzola quando torni.
Due occhi che sembrano capire tutto.
Per questo Enrica lo diceva sempre:
“I cani non si comprano. Si adottano.”
Perché nei canili ci sono occhi che aspettano.
Cuori che sperano.
E a volte basta aprire una porta per cambiare due vite:
quella del cane…
e quella di chi lo accoglie.
Forse è proprio questo uno dei messaggi più belli che Enrica Bonaccorti ci ha lasciato.
Che l’amore degli animali non è solo compagnia.
È una forma di verità che ci rende persone migliori 🐾❤️

11/03/2026

Durante una giornata di sterilizzazioni gratuite a Bari, è successa una scena che ha fatto parlare molte persone.
Alcuni hanno riso.
Altri, invece, si sono fermati a guardare con rispetto.
Un uomo di nome Giovanni si è presentato con il cane della nipote per farlo sterilizzare. Non aveva una macchina, non aveva un trasportino elegante, e nemmeno quei carrelli per animali che molti usano oggi.
Aveva solo una vecchia felpa.
Quando l’intervento è finito, Giovanni ha avvolto il piccolo cane dentro la felpa, lo ha stretto al petto con delicatezza e ha iniziato a tornare a casa a piedi, passo dopo passo, facendo attenzione a non farlo muovere troppo.
Per lui quella non era una soluzione improvvisata.
Era il modo più sicuro che poteva offrirgli.
Alcune persone, vedendolo, hanno fatto battute.
Qualcuno gli ha persino chiesto perché non usasse un carrellino o un trasportino.
Giovanni ha sorriso e ha risposto con semplicità:
«È il cane di mia nipote… ma io gli voglio un bene enorme. Non ho i soldi per comprare cose costose, ma posso portarlo io. E questo mi basta.»
E in quel momento molti hanno capito qualcosa.
Non importa come porti un animale dal veterinario.
Non importa quanto costi ciò che usi.
Quello che conta davvero è esserci, prendersene cura e fare tutto il possibile per lui.
Perché quando c’è amore vero…
si trova sempre un modo. 🐾❤️

Indirizzo

Cittadella
Modena
41123

Telefono

+393471402859

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Stefy's Dog Home pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi