12/06/2026
Perché i cani non si ribellano a chi li maltratta?
Anche nelle relazioni tra cani e umani esistono relazioni maltrattanti.
Relazioni nelle quali il cane non viene visto né ascoltato. Relazioni nelle quali bisogni, emozioni e intenzioni vengono costantemente subordinati al volere dell’altro.
Il maltrattamento può assumere forme molto diverse: dall’indifferenza alle punizioni fisiche, passando per il controllo continuo, l’intimidazione e la negazione sistematica della soggettività del cane.
Di fronte a queste esperienze molti si aspettano che il cane si allontani, si ribelli o interrompa la relazione.
Eppure accade spesso il contrario.
Il cane resta.
Cerca il proprietario.
Lo segue.
Gli obbedisce.
A uno sguardo superficiale questo potrebbe apparire come una dimostrazione di fiducia o addirittura di affetto.
In realtà, ciò che osserviamo è spesso il risultato di una profonda condizione di impotenza.
Quando un individuo sperimenta ripetutamente che le proprie iniziative non modificano gli eventi, che le proprie emozioni non vengono accolte e che non esistono vie d’uscita praticabili, può sviluppare un senso di inefficacia così profondo da rinunciare progressivamente a cercare alternative.
Le teorie dell’attaccamento ci aiutano a comprendere questo apparente paradosso.
Nei mammiferi, infatti, quando il disagio diventa intenso, il bisogno di vicinanza prevale spesso sul bisogno di allontanamento.
La figura che genera paura continua a essere, contemporaneamente, anche l’unica figura alla quale chiedere protezione.
È così che possono nascere forme di dipendenza relazionale estremamente gravi.
Questi cani tendono a mostrarsi obbedienti e controllabili all’interno della relazione con il proprietario.
Ma spesso pagano questo adattamento con un’enorme fragilità nei confronti del mondo esterno.
Le altre persone, gli altri cani e le situazioni nuove vengono facilmente percepite come minacciose.
La paura e la rabbia diventano gli stati emotivi prevalenti attraverso cui leggere la realtà.
Anche il vocabolario comunicativo tende a impoverirsi, fino a lasciare spazio soprattutto a strategie difensive e aggressive.
È proprio per questo che la prevenzione non dovrebbe concentrarsi sul controllo del cane.
Dovrebbe concentrarsi sulla qualità delle relazioni nelle quali il cane cresce.
Personalmente trovo preoccupante una comunicazione mediatica che continua a raccontare i cani come bombe a orologeria pronte a esplodere.
Perché quando la paura diventa il principale strumento educativo, il rischio è quello di favorire proprio quelle relazioni fondate sul controllo, sulla dipendenza e sulla coercizione che contribuiscono a generare il problema che si vorrebbe prevenire