21/06/2026
Questo weekend ero a Riccione ad un addio al nubilato, durante la Notte Rosa.
Tra migliaia di persone, musica assordante, luci, folla e caos, ho visto decine di cani. E per la maggior parte di loro non avrei avuto bisogno di essere un educatore cinofilo per capire che stavano male.
Code infilate sotto la pancia, posture rigide, segnali di stress evidenti, cani trascinati da una parte all'altra, costretti a subire contesti, persone e altri cani che non avevano alcuna possibilità di evitare.
La cosa che colpisce non è il disagio dei cani. Quello è comprensibile. La cosa che colpisce è l'incapacità di leggerlo.
E la cosa interessante è che il disagio non aveva preferenze ideologiche.
Era presente nei cani a pettorina, nei cani a collare, nei cani gestiti apparentemente "in positivo" e in quelli gestiti con strumenti più coercitivi.
Alcuni sembravano più composti, soprattutto soggetti geneticamente molto resistenti alla pressione o semplicemente abituati da anni a non esprimere alcuna iniziativa. Altri manifestavano apertamente il loro disagio e venivano trascinati comunque nel caos, come se nessuno stesse osservando il cane che aveva all'altro capo del guinzaglio.
Perché non siamo più negli anni '90.
Oggi chiunque ha accesso a libri, corsi, webinar, studi scientifici e contenuti di qualità sull'etologia e sulla comunicazione del cane. Le informazioni esistono, sono disponibili a tutti. Basta volerle cercare.
Eppure continuiamo a portare i cani in situazioni palesemente incompatibili con i loro bisogni e a chiamarla "vita sociale", "esperienza", "abitudine" o, peggio ancora, "relazione".
Il paradosso è che ci riempiamo la bocca di parole come empatia, connessione, ascolto e relazione. Poi davanti a un cane che manifesta disagio in tutti i modi possibili continuiamo a ti**re dritto perché siamo noi a voler stare lì.
Ho visto un solo cane realmente sereno. Un anziano Jack Russell comparso da un vicolo tranquillo, interessato esclusivamente a cercare qualcosa da mangiare tra i tavoli. Se lo chiamavi ti ignorava con grande eleganza, a meno che non avessi qualcosa di interessante da offrirgli. Nessuna performance. Nessuna aspettativa. Nessun ruolo da interpretare. Solo un cane che faceva il cane, eppure molti avrebbero urlato perché un cane apparentemente non sotto controllo senza proprietario.
E ho visto anche il classico cane "perfetto": un simil piccolo terrier di tipo bull accanto al proprietario sullo skate, a sua volta sullo skate, preciso, collaborativo, impeccabile. Sicuramente bello da vedere per la maggioranza. Ma mi sono chiesta se, potendo scegliere, avrebbe preferito quello o un prato da esplorare col naso a terra. La risposta, per me, è abbastanza scontata.
Forse il problema non è che non sappiamo leggere i cani.
Forse il problema è che, una volta letti, dovremmo essere disposti a mettere in discussione noi stessi.
Per molte persone il cane è diventato un surrogato: delle proprie mancanze, delle proprie frustrazioni, del proprio bisogno di approvazione o di appartenenza. Un compagno che deve seguirci ovunque, adattarsi a tutto, confermare l'immagine che abbiamo di noi stessi e della relazione che crediamo di avere con lui.
Ma una relazione non si misura da quanto un cane sopporta.
Si misura da quanto siamo capaci di rispettare ciò che è.
Il cane non è un accessorio, non è un'estensione della nostra identità e non è un trofeo da esibire in ogni contesto.
È una specie diversa dalla nostra, con bisogni, limiti, potenzialità, preferenze proprie, sempre nel rispetto del soggetto.
Nel 2026 l'ignoranza non è più una giustificazione.
Le informazioni ci sono, gli strumenti per capire ci sono, le occasioni per approfondire ci sono.
Sempre più spesso non si tratta di non sapere. Si tratta di non volerlo vedere.
E questa, a differenza dell'ignoranza, è una responsabilità.