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01/06/2026
Può mai essere giusto far “vivere” (virgolettato, perché questo non è vivere) qualcuno così? ISOLAMENTO A VITA Il male d...
01/06/2026

Può mai essere giusto far “vivere” (virgolettato, perché questo non è vivere) qualcuno così?
ISOLAMENTO A VITA
Il male del mondo lo vediamo ogni giorno
Ci svegliamo?

HAPPY È MORTA

Dopo 49 anni di prigionia, di cui 20 in completa solitudine, Happy è morta al Bronx Zoo di New York.
Una vita esposta al pubblico, ma lontana dai suoi simili per evitare risse come quella che nel 2002 è costata la vita a Grumpy.
Gli elefanti sono individui estremamente sociali, in natura vivono in grandi famiglie fondate sull'affetto e la solidarietà.
Se vivi in natura e c'è una zuffa hai tutto lo spazio per allontanarti, ma in cattività funziona diversamente.

Nel 2022, il gruppo Non Human Rights ha portato in tribunale il direttore del zoo del Bronx, Jim Breheny, e la società che lo gestisce per chiedere che a Happy sia riconosciuto lo status di "persona" e che venga trasferita in un santuario. La prima sentenza del 2020 stabilisce che l'elefantessa debba restare allo zoo, ma l'associazione ricorre in appello.
Purtroppo anche la seconda sentenza sancisce che Happy non è una persona, pertanto non ha diritto alla libertà.

Happy è morta a 57 anni; nel 2005, insieme ad altre due elefantesse, ha dimostrato che la sua specie è in grado di riconoscersi allo specchio. E benchè questo sia un parametro per misurare l'intelligenza prettamente umano, Non Human Rights ha cercato di far leva su questo per ridare la libertà a Happy.

Happy è stata prigioniera del Bronx zoo per 49 anni. Qualcuno ha provato ad aiutarla, ma le leggi sono scritte dagli uomini per tutelare gli uomini.
Tutto ciò che non appartiene alla specie umana può essere sottomesso, sfruttato e in molti casi ucciso.

In foto: Happy

Centinaia di Utahn sono scesi sul Campidoglio dello stato il 23 maggio con un messaggio contundente: il progetto di data...
01/06/2026

Centinaia di Utahn sono scesi sul Campidoglio dello stato il 23 maggio con un messaggio contundente: il progetto di data center di Kevin O'Leary non è il benvenuto vicino al Great Salt Lake. La folla ha cantato "I dollari del data center non scendono giù, Kevin O'Leary vattene dalla nostra città" mentre gli oratori hanno avvertito cosa potrebbe accadere a uno degli ecosistemi più fragili d'America se il progetto va avanti.

Il progetto, chiamato Stratos Hyperscale Data Center, è un campus di 40.000 acri di data center AI nella contea di Box Elder, proprio lungo la sponda settentrionale del Great Salt Lake. Sostenuta dall'investitore Shark Tank, la struttura avrebbe richiesto 9 gigawatt di energia, e gli esperti dicono che potrebbe aumentare le emissioni totali di carbonio dello Utah del 64% una volta completamente costruita. Si prevede anche che costerà più di 100 miliardi di dollari una volta completato.

I commissari della contea di Box Elder gli hanno dato il via libera il 4 maggio. Quella approvazione ha acceso la miccia. Grussroots si sono formati quasi da un giorno all'altro, tra cui BEAR, il Box Elder Accountability Referendum, che ora spinge a lasciare che gli elettori decidano direttamente il destino del progetto. Sostengono che i commissari di contea non dovevano prendere una decisione così grande a porte chiuse.

La questione dell'acqua è il punto di infiammabilità. I critici affermano che il progetto minaccia di estrarre acqua dalle fonti che alimentano il Grande Lago Salato, un corpo d'acqua che si sta già restringendo da anni. Gli sviluppatori insistono di aver progettato un sistema ad anello chiuso per ricircolare l'acqua e proteggere la falda acquifera. Ma i residenti non la comprano, e una seconda domanda di diritti idrici legata al progetto è stata ritirata pochi giorni dopo essere stata archiviata.

O'Leary, da parte sua, ha licenziato i manifestanti in quanto professionisti pagati in autobus da un altro stato e ha affermato che le critiche sono legate al Partito Comunista Cinese. L'amministratore dell'EPA ha visitato il Great Salt Lake il giorno dopo, e ha gettato il suo supporto per proteggerlo, mentre puntando direttamente sulla questione del data center.

Hundreds of Utahns descended on the state capitol on May 23rd with a blunt message: Kevin O'Leary's massive data center project is not welcome near the Great Salt Lake. The crowd chanted "data center dollars don't trickle down, Kevin O'Leary get out of our town" as speakers warned about what could happen to one of America's most fragile ecosystems if the project moves forward.

The project — called the Stratos Hyperscale Data Center — is a proposed 40,000-acre AI data center campus in Box Elder County, right along the northern shore of the Great Salt Lake. Backed by the Shark Tank investor, the facility would eventually demand 9 gigawatts of power — and experts say it could raise Utah's total carbon emissions by 64 percent once fully built. It's also expected to cost more than $100 billion when complete.

Box Elder County commissioners gave it the green light on May 4th. That approval lit the fuse. Grassroots groups formed almost overnight — including BEAR, the Box Elder Accountability Referendum, which is now pushing to let voters decide the project's fate directly. They argue county commissioners had no business making a decision this big behind closed doors.

The water question is the flashpoint. Critics say the project threatens to pull water from sources that feed the Great Salt Lake — a body of water that has already been shrinking for years. Developers insist they've designed a closed-loop system to recirculate water and protect the aquifer. But residents aren't buying it, and a second water rights application tied to the project was just withdrawn days after being filed.

O'Leary, for his part, has dismissed the protesters as paid professionals bused in from out of state and claimed critics are tied to the Chinese Communist Party. The EPA administrator visited the Great Salt Lake the very next day — and threw his support behind protecting it, while punting on the data center question directly.

“Ave perpy, gli abitanti del bosco ti salutano” 🤣 Lasciate che annusino anche la 💩 che prendano infoI cani vedono, sento...
01/06/2026

“Ave perpy, gli abitanti del bosco ti salutano” 🤣

Lasciate che annusino anche la 💩 che prendano info
I cani vedono, sentono e vivono con il naso molto più di noi

Non ne perdiamo una: m***e, carogne, prelibatezze varie 😅😂😍

31/05/2026

Erin Brockovich is sounding the alarm again — this time over the rapid rise of AI data centers across America. She has launched a public map to track where these massive facilities are being built, and she is asking everyday Americans to help fill in the gaps.

Why does it matter? Because AI data centers are not just harmless buildings full of computers. They can require huge amounts of electricity, water, land, and infrastructure. For nearby communities, that can mean pressure on local resources, higher utility demands, environmental concerns, and decisions being made without enough public transparency.

Brockovich’s message is simple: people deserve to know what is being built in their towns, who is behind it, and what the long-term cost could be.

This is not just about technology. It is about water, power, accountability, and community control. The question is: will Americans pay attention before it is too late?

Spunti di riflessioneSoggetti privi delle più elementari basi di etologia cognitiva, neuroscienze affettive, endocrinolo...
30/05/2026

Spunti di riflessione

Soggetti privi delle più elementari basi di etologia cognitiva, neuroscienze affettive, endocrinologia comportamentale, biomeccanica locomotoria, teoria dei sistemi complessi o sviluppo ontogenetico intervengono quotidianamente in discussioni altamente specialistiche con tono assertivo e spesso dogmatico, sostenendo interpretazioni riduzionistiche del comportamento canino fondate esclusivamente su intuizione personale, tradizione orale allevatoriale e percezione fenomenologica soggettiva.

La moderna comprensione del comportamento canino richiede infatti livelli di integrazione teorica enormemente superiori rispetto a quelli presenti nella tradizionale cultura cinofila descrittiva del Novecento. Comprendere realmente un cane significa interpretare l’interazione dinamica tra regolazione neurovegetativa, assetto endocrino, organizzazione motivazionale, architettura percettiva, plasticità ontogenetica, processi affiliativi, ecologia cognitiva, biomeccanica adattativa e struttura sistemica dell’ambiente relazionale.
Il comportamento non rappresenta una proprietà isolata del soggetto, bensì l’emersione temporanea di configurazioni neuroecologiche complesse.

Tale fenomeno genera conseguenze gravissime sul piano selettivo e clinico.
Quando il cane viene interpretato attraverso euristiche intuitive anziché mediante modelli scientificamente fondati, la selezione tende progressivamente a dissociare morfologia da funzione, estetica da adattamento, performance simbolica da competenza ecologica reale. Emergono così soggetti apparentemente tipici ma neuroetologicamente disfunzionali: cani incapaci di regolazione emotiva, privi di stabilità territoriale, con assetti attentivi frammentati, organizzazioni motivazionali incoerenti o incapacità di integrazione affiliativa sistemica.

Nel caso specifico dei cani da guardiania, tale degenerazione epistemologica assume caratteri particolarmente evidenti. Molti soggetti vengono oggi definiti “funzionali” esclusivamente sulla base della genealogia o dell’aderenza estetica allo standard, pur essendo cresciuti in box sterili, privi di reale esposizione ecologica a gregge, territorio, pressione predatoria e continuità relazionale pastorale. In tali condizioni, la funzione non viene selezionata: viene simulata iconograficamente.
La realtà biologica, tuttavia, rimane indifferente alla retorica allevatoriale.

La funzione non emerge dal pedigree isolato, ma dall’interazione continua tra patrimonio genetico, ambiente sistemico, qualità ontogenetica delle relazioni precoci e pressione ecologica reale. Un cane privato della possibilità di sviluppare architetture cognitive territoriali coerenti non conserverà automaticamente la funzione soltanto perché inscritto genealogicamente all’interno di una linea storica.

Ed è precisamente qui che la moderna cinofilia scientifica si separa radicalmente dalla tradizione empirico-descrittiva: non nella quantità di anni trascorsi accanto ai cani, ma nella capacità di comprendere i sistemi biologici invisibili che organizzano il comportamento osservabile.

Perché osservare un fenomeno non significa necessariamente comprenderlo. Molto spesso significa soltanto assistere, inconsapevolmente, alla propria incapacità teorica di interpretarlo.

Project Abruzzi, il cane pastorale Abruzzese al lavoro sul campo.

Fotografia: Francesco Lorusso
Cinofilia: Alessandro Junior

La cinofilia contemporanea italiana presenta, sotto il profilo epistemologico, una distorsione strutturale che raramente viene esplicitata con sufficiente radicalità critica: la progressiva sovrapposizione tra esperienza empirica non formalizzata e competenza scientifica specialistica.

Tale fenomeno ha prodotto, nel corso degli ultimi decenni, una forma peculiare di democratizzazione impropria del sapere cinotecnico, all’interno della quale il semplice possesso prolungato di cani, la permanenza storica in ambienti allevatoriali o la reiterazione intergenerazionale di pratiche tradizionali vengono frequentemente percepiti come equivalenti funzionali ad una reale formazione neuroetologica, biomeccanica, cognitiva o sistemico-relazionale.

In nessun altro ambito tecnico-scientifico avanzato tale cortocircuito cognitivo verrebbe tollerato.

Nessun individuo privo di formazione medica specialistica entrerebbe all’interno di un congresso di cardiochirurgia sostenendo che quarant’anni di osservazione empirica del battito cardiaco siano sufficienti per discutere di bypass coronarico, fisiopatologia valvolare o rimodellamento ventricolare. Nessun idraulico, per quanto esperto nel proprio mestiere, pretenderebbe di ridefinire i fondamenti della fisica dei fluidi davanti a un ingegnere idrodinamico. Nessun bidello discuterebbe di neuroanatomia funzionale con un ricercatore in neuroscienze cognitive sulla base del semplice fatto di aver trascorso decenni all’interno di un edificio scolastico.

Eppure, nella cinofilia, questa dinamica appare quasi culturalmente legittimata.

Soggetti privi delle più elementari basi di etologia cognitiva, neuroscienze affettive, endocrinologia comportamentale, biomeccanica locomotoria, teoria dei sistemi complessi o sviluppo ontogenetico intervengono quotidianamente in discussioni altamente specialistiche con tono assertivo e spesso dogmatico, sostenendo interpretazioni riduzionistiche del comportamento canino fondate esclusivamente su intuizione personale, tradizione orale allevatoriale e percezione fenomenologica soggettiva.

Il nodo centrale della questione non riguarda il valore umano o sociale delle professioni esercitate da tali individui. Un bidello, un idraulico o un cardiochirurgo possono possedere eccellenza assoluta nel proprio settore operativo. La critica emerge nel momento in cui l’assenza di formazione specialistica viene compensata attraverso una indebita estensione della propria autorevolezza percepita verso ambiti epistemologicamente indipendenti. Il problema non è la professione di provenienza: è l’illusione di competenza prodotta dall’esperienza empirica non sistematizzata.

La moderna comprensione del comportamento canino richiede infatti livelli di integrazione teorica enormemente superiori rispetto a quelli presenti nella tradizionale cultura cinofila descrittiva del Novecento. Comprendere realmente un cane significa interpretare l’interazione dinamica tra regolazione neurovegetativa, assetto endocrino, organizzazione motivazionale, architettura percettiva, plasticità ontogenetica, processi affiliativi, ecologia cognitiva, biomeccanica adattativa e struttura sistemica dell’ambiente relazionale.
Il comportamento non rappresenta una proprietà isolata del soggetto, bensì l’emersione temporanea di configurazioni neuroecologiche complesse.

Tuttavia, una parte significativa della cinofilia contemporanea continua ad utilizzare categorie interpretative grossolanamente pre-scientifiche derivate da modelli intuitivi ormai epistemologicamente obsoleti. Concetti quali “dominanza”, “carattere forte”, “cane duro”, “linea rustica”, “tempra”, “sottomissione”, “cane equilibrato” o “istinto” vengono frequentemente impiegati come descrittori assoluti senza alcuna definizione operativa rigorosa, privi di correlazione con parametri neurofisiologici misurabili o con modelli contemporanei di cognizione situata.

In numerosi casi, individui incapaci di distinguere correttamente comportamento esplorativo da attivazione ansiosa, aggressività offensiva da aggressività difensiva, predazione da comportamento territoriale, regolazione affiliativa da dipendenza sociale o freezing da calma apparente, si appropriano superficialmente di terminologie scientifiche avanzate — “morfopsicofunzionale”, “cane cognitivo”, “approccio sistemico”, “lettura emozionale”, “funzione” — utilizzandole come marcatori identitari retorici piuttosto che come strumenti epistemologici autentici.
La stessa inflazione del termine “morfopsicofunzionale” costituisce un caso paradigmatico di simulazione linguistica della competenza.
Una reale lettura morfopsicofunzionale richiederebbe infatti la capacità di correlare struttura osteoarticolare, distribuzione miofasciale, economia biomeccanica del movimento, organizzazione neuroendocrina, soglie di attivazione simpatica, capacità di discriminazione contestuale, processi ontogenetici affiliativi e architettura territoriale all’interno di un modello ecofunzionale coerente. Nella maggior parte dei casi, invece, il termine viene ridotto a formula estetico-identitaria priva di reale contenuto metodologico, utile esclusivamente a produrre un’impressione superficiale di sofisticazione teorica.

Tale fenomeno genera conseguenze gravissime sul piano selettivo e clinico.
Quando il cane viene interpretato attraverso euristiche intuitive anziché mediante modelli scientificamente fondati, la selezione tende progressivamente a dissociare morfologia da funzione, estetica da adattamento, performance simbolica da competenza ecologica reale. Emergono così soggetti apparentemente tipici ma neuroetologicamente disfunzionali: cani incapaci di regolazione emotiva, privi di stabilità territoriale, con assetti attentivi frammentati, organizzazioni motivazionali incoerenti o incapacità di integrazione affiliativa sistemica.

Nel caso specifico dei cani da guardiania, tale degenerazione epistemologica assume caratteri particolarmente evidenti. Molti soggetti vengono oggi definiti “funzionali” esclusivamente sulla base della genealogia o dell’aderenza estetica allo standard, pur essendo cresciuti in box sterili, privi di reale esposizione ecologica a gregge, territorio, pressione predatoria e continuità relazionale pastorale. In tali condizioni, la funzione non viene selezionata: viene simulata iconograficamente.
La realtà biologica, tuttavia, rimane indifferente alla retorica allevatoriale.

La funzione non emerge dal pedigree isolato, ma dall’interazione continua tra patrimonio genetico, ambiente sistemico, qualità ontogenetica delle relazioni precoci e pressione ecologica reale. Un cane privato della possibilità di sviluppare architetture cognitive territoriali coerenti non conserverà automaticamente la funzione soltanto perché inscritto genealogicamente all’interno di una linea storica.

Ed è precisamente qui che la moderna cinofilia scientifica si separa radicalmente dalla tradizione empirico-descrittiva: non nella quantità di anni trascorsi accanto ai cani, ma nella capacità di comprendere i sistemi biologici invisibili che organizzano il comportamento osservabile.

Perché osservare un fenomeno non significa necessariamente comprenderlo. Molto spesso significa soltanto assistere, inconsapevolmente, alla propria incapacità teorica di interpretarlo.

Project Abruzzi, il cane pastorale Abruzzese al lavoro sul campo.

Fotografia: Francesco Lorusso
Cinofilia: Alessandro Junior

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