04/10/2020
Storie di cani, di lupi e di uomini.
CANI PASTORALI (DA NON CONFONDERE CON CANI DA PASTORE)
PREMESSA: I cani che lavorano nella pastorizia sono di due tipi che vanno distinti nettamente. Quando scrivo “cane pastorale” intendo il tipo di cane per la difesa dai predatori (es.Abruzzese) mentre impiego il termine “cane da pastore” per indicare quello che serve a controllare i movimenti del gregge (es. Border Collie, Bergamasco).
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Alcuni cani pastorali sono già da molto tempo inclusi nelle razze riconosciute dalla cinofilia ufficiale: vedi il Mastino Tibetano, il Cane dei Pirenei, il Kuvas, e il Cane da Pastore Maremmano-Abruzzese. Però non hanno una lista propria e vengono distribuiti qua e la tra cani da montagna, cani da pastore, lupoidi, molossoidi, ecc. Ma l’arrivo sulla scena negli ultimi decenni di parecchie altre razze pastorali provenienti dall’Asia ha reso evidente l’opportunità di riconoscere lo status separato di questa omogenea famiglia canina.
Storicamente i cani pastorali si incontrano dal Portogallo alla Manciuria, lungo la fascia del 40° parallelo dove clima e orografia offrono le migliori condizioni naturali per l’allevamento della pecora. Nonostante la evidente somiglianza tra questi cani dovuta alla grande mobilità della pastorizia che non favorisce l’isolamento genetico, lo sciovinismo della cinofilia li ha spezzettati in tante razze nazionali. L’esempio più assurdo sono i cani dei Balcani e dei Carpazi dove i cinofili hanno creduto di individuare le razze greca, albanese, bulgara, macedone, bosniaca, rumena, istriana, ungherese, slovacca, e polacca. Uno studio un poco più approfondito della situazione avrebbe dimostrato che l’allevamento ovino in tutti questi stati moderni è stato sempre l’esclusiva del medesimo popolo pastorale dei valacchi, per cui in realtà si tratta sempre del medesimo cane.
Vincenzo Dandolo (1804) ammoniva nel suo trattato sull’allevamento della pecora che “Inutilmente tenterebbe l’uomo, impiegando anche tutta la sagacità sua, d’impedire che tosto o tardi distrutta non venisse interamente dal lupo la sua greggia, senza il soccorso dei cani”. È assiomatico quindi che la formazione del cane pastorale deve essere stata necessariamente contemporanea alla domesticazione della pecora 10 mila anni fa.
A sostegno di questa affermazione si può raccontare la recente vicenda nordamericana. In questo paese, dove il cane pastorale era sconosciuto, il coiote, un canide selvatico simile al lupo ma più piccolo e leggero, faceva tali danni alle greggi che in alcuni stati si era dovuto rinunciare all’allevamento ovino, Si stimava che l’8% degli agnelli andava perso in questo modo con un danno stimabile intorno a 100 milioni di dollari. Il problema era stato affrontato con la persecuzione sistematica del nemico impiegando mezzi quali veleno, fucile, gas, trappole, etc. con la consueta efficienza statunitense. L’uccisione di circa 300.000 coioti l’anno può sembrare tanto ma corrispondeva a solo il 7% della popolazione, e non riusciva nemmeno a contenere un generale incremento della specie. Si è persino visto il coiote diffondersi negli stati orientali dove non c’era mai stato prima. La pastorizia nordamericana è potuta risorgere solo grazie all’importazione di cani pastorali dal Vecchio Mondo, tra cui in prima linea il nostro Abruzzese sotto le mentite spoglie di “Maremma Sheepdog”.
Vorrei portare questa vicenda emblematica all’attenzione di alcuni settori italiani che pensano di risolvere il problema dei danni del lupo alla pastorizia con degli abbattimenti. Eliminare parte della popolazione di lupi (sradicare la specie completamente non è metodologicamente proponibile da noi) servirà solo a rendere più smaliziati i sopravvissuti che non tarderanno a ricolonizzare le zone liberate. Per fare un caso analogo, che risultati si sono avuti dalla persecuzione accanita della volpe nel tentativo dei cacciatori di far sopravvivere i fagiani e lepri pronta-caccia almeno fino al giorno dell’apertura? Si sono mai avuti effetti che sono durati più di qualche mese?
Per i pastori il modo per preve**re il lupo è semplicemente quello di sempre: impiegare cani pastorali, pascolare il gregge in formazione compatta in zone aperte, e rinchiuderlo la notte.
I promotori cinofili dei “nuovi” cani pastorali asiatici (Caucaso, Anatolia, Turkmeno, Asia Centrale, ecc.) ci tengono a mostrarli ferocissimi come se in ciò stesse la capacità di sopraffare il lupo. Niente di più errato! Il cane non deve affrontare il lupo in chissà quali duelli mortali ma deve semplicemente tenerlo lontano. Il lupo desidera rimediare il suo pasto col minimo sforzo e va in giro per le contrade a sondare le varie opzioni. La vista di una grassa e inetta pecora sicuramente gli fa ve**re l’acquolina in bocca ma se per averla il lupo deve superare lo sbarramento arcigno di tre o quattro mastini maschi adulti non ci pensa due volte a passare oltre, tanto i boschi sono pieni di cinghiali, cervi, caprioli e daini.
Il cane da pecora abruzzese in servizio da l’impressione di fare assolutamente nulla. Se ne sta sdraiato sonnacchioso mentre le pecore pascolano oppure a testa china segue languido il gregge in cammino. Ma non bisogna lasciarsi ingannare.
Nel corso del suo progetto di diffusione del cane pastorale presso gli allevatore di pecore in Nordamerica, Coppinger ebbe fatica a convincere un texano a dotare il suo gregge di un cane da pecora abruzzese. I soli cani che il texano conosceva, costui disse, erano quelli randagi che gli ammazzavano le pecore; “Abbiamo abbastanza predatori gratis da queste parti senza doverne comprare uno!” fu il suo primo commento.
Nei primi tempi il cane non fece all’uomo una grande impressione; non si era messo, come aveva temuto, ad assalire le pecore, ma d’altra parte non faceva altro che stare sdraiato in mezzo alle pecore al pascolo. Perché non si dava da fare a rincorrere e sterminare gli odiati coioti? Il texano si attendeva un “body count”. Un giorno, però, l’uomo dovette portare il cane dal veterinario per un normale controllo. Fu proprio in questa occasione che per la prima volta il nemico colpì. I coioti del circondario percepirono immediatamente che il campo era libero e calarono esultanti sulle pecore. L’incidente fece capire all’allevatore come funzionava il sistema: i predatori erano sempre stati là fuori invisibili, ma finché c'era il cane non osavano. La scena tranquilla sul pascolo poteva illudere l'uomo che non ci fossero minacce ma nella realtà il cane teneva lontano i coioti con messaggi nell'aria a lui impercettibili.
Non lupi uccisi ma perdite zero è il risultato che deve dare il cane pastorale.
Nella foto una delle tante consegne di cuccioli di “Maremma” e Sciarplaninatz ai pastori nordamericani che Coppinger ha fatto nel corso del suo progetto.