20/05/2026
All’inizio del Novecento, i pitbull non erano considerati cani pericolosi. Anzi, negli Stati Uniti venivano spesso descritti come compagni affidabili per la famiglia, tanto da essere soprannominati “nanny dogs”, cioè “cani tata”. In molte fotografie dell’epoca compaiono accanto ai bambini: seduti nei cortili, sui portici o durante i picnic familiari. Erano apprezzati per la loro forza, ma soprattutto per il carattere stabile, affettuoso e protettivo verso il nucleo familiare.
Va però chiarito un dettaglio importante: il termine “nanny dog” non nasce da una classificazione scientifica ufficiale. È più una definizione popolare sviluppatasi nel tempo, legata alla reputazione che questi cani avevano in molte famiglie americane tra fine Ottocento e inizio Novecento. Razze come l’American Pit Bull Terrier e lo Staffordshire Bull Terrier venivano selezionate anche per la tolleranza verso gli esseri umani, qualità essenziale per convivere in ambienti domestici affollati.
La loro immagine cambiò soprattutto nella seconda metà del Novecento, quando alcuni vennero allevati irresponsabilmente o usati in contesti illegali e violenti. Da lì nacque una reputazione completamente diversa, amplificata dai media e dai casi di cronaca.
Gli esperti di comportamento animale ricordano però che il carattere di un cane dipende da molti fattori: genetica, selezione, socializzazione, ambiente, addestramento e gestione da parte dell’uomo. Nessuna razza nasce “malvagia” per definizione, ma nessun cane dovrebbe nemmeno essere trattato con superficialità solo perché affettuoso.
La storia dei pitbull mostra quanto l’essere umano possa influenzare il comportamento degli animali che alleva. Per questo molti educatori cinofili ripetono ancora oggi una frase semplice ma fondamentale: non conta solo la razza. Conta soprattutto l’educazione, il contesto e il modo in cui un animale viene cresciuto.