02/02/2026
Sempre più spesso leggo di metodi, approcci, classificazioni, specifiche tra i titoli, educatore, addestratore, istruttore.
Personalmente credo sia solo marketing.
Credo che il professionista cinofilo sia come lo psicologo, non è detto che uno sia adatto a tutti.
É una cosa che ribadisco alle valutazioni, ed è anche uno dei motivi per cui le faccio.
Vediamo il cane, senti cosa ti dico, come lo dico, se ti torna, ti faccio vedere come lavoro e decidi.
Nel percorso educo, addestro, istruisco, perché devo darmi un’etichetta?
Dicono che l’educatore lavora sul rapporto, l’addestratore sull’insegnare dei comandi.
Io uso i comandi per costruire relazione e la relazione per dare senso ai comandi, la disciplina per avere un valore nella mente del cane.
Il valore nella mente del cane mi serve perché così posso donargli libertà con la sicurezza di una sua risposta in caso di pericolo, che sia un rimanere fermo o un tornare da me.
Credo nel lavoro, nella costanza e nell’impegno.
Credo che ogni cane sia unico e che dobbiamo essere sempre noi ad adattarci al suo carattere, a tutti piace il cane che sale sul divano e ci si struscia addosso, ma non tutti i cani possono farlo, qualcuno può arrivarci col tempo, qualcuno mai, qualcuno subito.
Credo nel DIPENDE.
Dipende dalle doti genetiche, dipende dalla persona che siete voi, dipende dalle aspettative che avete e che il cane (poverino) non rispetta, dipende dalla frustrazione che siete in grado di reggere, ma più di tutto dipende se siete in grado di guardare dentro di voi e diventare la guida di cui il vostro cane ha bisogno.
Non credo nelle patologie comportamentali nei cani, non credo all’utilizzo degli psicofarmaci nei cani, non credo che un cane sia definito dal suo passato, è troppo facile rimanere ancorati al: eh sai da piccolo ha subito questo o quello, eh sai non è stato socializzato, è stato tolto troppo presto dalla mamma.
Ok ora che ci siamo detti poverino cosa ha passato cosa cambia?
Il “materiale” è questo e con questo dobbiamo lavorare.
Non nego che un cane abbia una storia.
Nego che la sua storia debba diventare una sentenza.
Ancorarsi al passato serve all’umano, non al cane, per giustificare il presente e togliersi il peso della responsabilità.