28/07/2026
LA GRANDE CRISI DELLA CINOFILIA MODERNA: TROPPI MAESTRI, POCHI VERI PROFESSIONISTI
C’è una frase che ripeto sempre più spesso e che, purtroppo, fotografa perfettamente la situazione attuale della cinofilia: oggi sembrano esserci più educatori cinofili che cani.
È una provocazione, certo. Ma come tutte le provocazioni contiene un fondo di verità che dovrebbe far riflettere chiunque abbia davvero a cuore il futuro del cane.
Negli ultimi anni il settore cinofilo ha conosciuto una crescita enorme. Sempre più persone si avvicinano al mondo del cane, sempre più famiglie cercano un professionista a cui affidarsi e sempre più giovani desiderano trasformare la propria passione in un lavoro.
Fin qui sarebbe una notizia straordinaria.
Il problema nasce quando la passione viene scambiata per competenza.
Possedere un cane non significa comprenderne il comportamento.
Aver letto qualche libro non significa conoscere la teoria dell’apprendimento.
Aver frequentato un corso di poche decine di ore non rende automaticamente esperti di etologia, genetica, neuroscienze, selezione, fisiologia comportamentale o addestramento.
Eppure oggi assistiamo ad una proliferazione impressionante di persone che, dopo un percorso formativo spesso molto limitato, iniziano immediatamente a presentarsi come educatori, istruttori, comportamentalisti, esperti di comunicazione, esperti di emozioni, specialisti del cane da lavoro e persino divulgatori scientifici.
La vera domanda, però, dovrebbe essere un’altra.
Chi stabilisce quando una persona possiede realmente le competenze necessarie per insegnare agli altri?
Viviamo in un’epoca nella quale l’autorevolezza sembra essere stata sostituita dalla popolarità.
Non conta più quanto sai.
Conta quanto sei bravo a comunicare.
Conta quanti follower possiedi.
Conta quanti video riesci a rendere virali.
Conta quanto riesci ad emozionare.
Il rischio è enorme.
Perché il proprietario medio non possiede gli strumenti per distinguere una comunicazione efficace da una preparazione realmente solida.
E così accade che chi parla meglio venga automaticamente percepito come il più competente.
In realtà le due cose non coincidono affatto.
Anzi.
Molto spesso i professionisti più preparati sono proprio quelli che parlano con maggiore prudenza.
Chi studia seriamente conosce la complessità del comportamento animale.
Sa quanto ancora non conosciamo.
Sa che ogni cane rappresenta un individuo.
Sa che ogni intervento richiede valutazioni specifiche.
Sa che la biologia non funziona attraverso slogan.
Chi invece possiede conoscenze limitate tende spesso ad avere risposte semplici per qualsiasi problema.
Il cane tira al guinzaglio?
Esiste la soluzione definitiva.
Il cane ringhia?
Esiste la tecnica infallibile.
Il cane ha paura?
Esiste il metodo perfetto.
Il cane è aggressivo?
Esiste la ricetta universale.
La realtà scientifica è molto diversa.
Il comportamento è il risultato dell’interazione continua tra patrimonio genetico, esperienze precoci, ambiente, apprendimento, stato emotivo, salute, selezione, motivazioni e numerosissimi altri fattori.
Ridurre tutto ad una formula da trenta secondi è semplicemente scorretto.
Uno degli aspetti che considero più preoccupanti riguarda la superficialità con cui vengono affrontati argomenti estremamente complessi.
Oggi sembra che chiunque possa parlare di condizionamento operante senza aver mai studiato Skinner.
Di apprendimento associativo senza conoscere Pavlov.
Di stress cronico senza aver mai aperto un testo di neuroendocrinologia.
Di selezione genetica senza sapere cosa siano ereditabilità, pressione selettiva o variabilità genetica.
Di motivazioni senza conoscerne le basi etologiche.
Di benessere animale senza conoscere la fisiologia dello stress.
Si usano termini scientifici come semplici slogan.
Li si inserisce nei video.
Li si ripete nelle dirette.
Li si cita nei post.
Ma basta approfondire appena la discussione perché emergano immediatamente enormi lacune.
Ed è qui che, secondo me, si riconosce davvero un professionista.
Provate a porre una domanda tecnica.
Non una domanda provocatoria.
Una domanda autenticamente tecnica.
Chiedete di spiegare il meccanismo neurofisiologico attraverso cui un determinato protocollo produce un determinato effetto.
Chiedete la differenza tra rinforzo negativo e punizione negativa.
Chiedete quando un comportamento può essere considerato realmente estinto.
Chiedete quali siano i limiti metodologici di uno studio scientifico.
Chiedete perché due ricerche apparentemente identiche abbiano prodotto risultati differenti.
Molto spesso le certezze iniziano improvvisamente a vacillare.
Perché conoscere realmente un argomento significa essere capaci di discuterlo in profondità.
Non limitarsi a ripetere frasi imparate a memoria.
Un altro elemento che ritengo fondamentale riguarda l’esperienza pratica.
Nel nostro ambiente incontro continuamente persone che parlano di cani da lavoro senza averne mai preparato uno.
Che spiegano come si costruisce una prova di obbedienza senza aver mai portato un cane ad un brevetto.
Che pontificano sulla selezione senza aver mai allevato una linea genetica.
Che criticano il lavoro altrui senza aver mai affrontato un campo di gara.
Che dispensano lezioni sul carattere del Pastore Tedesco senza aver mai seguito decine di soggetti dalla nascita fino all’età adulta.
Naturalmente non è necessario vincere un campionato mondiale per essere un bravo professionista.
Sarebbe assurdo sostenerlo.
Ma è altrettanto vero che chi pretende di insegnare agli altri dovrebbe dimostrare, almeno in parte, di aver messo alla prova le proprie conoscenze in contesti oggettivamente valutabili.
Perché la teoria è indispensabile.
Ma la pratica rappresenta il banco di prova della teoria.
Esiste poi un argomento che negli ultimi anni è diventato quasi religioso: gli strumenti di addestramento.
Mai come oggi assistiamo a discussioni completamente prive di approfondimento tecnico.
Si demonizzano strumenti senza conoscerne il funzionamento.
Si condannano metodologie senza aver mai letto la letteratura scientifica disponibile.
Si giudicano professionisti esclusivamente osservando un breve video di pochi secondi.
La scienza, però, non ragiona attraverso simpatie o antipatie.
Uno strumento non possiede una morale.
Non è buono.
Non è cattivo.
È semplicemente uno strumento.
Ciò che cambia è il modo in cui viene utilizzato, il contesto, la preparazione dell’operatore, gli obiettivi, il tipo di cane e la capacità di valutare costantemente gli effetti prodotti.
Rifiutare qualsiasi discussione tecnica sostituendola con slogan ideologici significa rinunciare alla conoscenza.
Ed una disciplina che rinuncia alla conoscenza è destinata a regredire.
Purtroppo oggi assistiamo anche ad un altro fenomeno estremamente pericoloso.
Molti proprietari finiscono per spendere migliaia di euro inseguendo percorsi che promettono risultati straordinari ma che, nella pratica, non mantengono quanto promesso.
Non perché tutti gli educatori siano impreparati.
Sarebbe falso e profondamente ingiusto.
Conosco professionisti di altissimo livello che dedicano la loro vita allo studio, all’aggiornamento continuo, al confronto con la comunità scientifica internazionale e alla crescita professionale.
Il problema è che il mercato non sempre premia la competenza.
Molto spesso premia il marketing.
Premia chi comunica meglio.
Premia chi urla più forte.
Premia chi semplifica tutto.
Premia chi offre risposte assolute a problemi complessi.
E proprio questa è la trappola nella quale cadono tantissime persone in buona fede.
Chi cerca aiuto per il proprio cane spesso è emotivamente coinvolto.
Vuole risolvere un problema.
Vuole fidarsi.
Vuole credere a chi gli promette risultati.
Ed è proprio in quei momenti che dovrebbe trovare davanti a sé un professionista serio, non un venditore di certezze.
La vera competenza non ha bisogno di costruire nemici.
Non ha bisogno di insultare chi la pensa diversamente.
Non ha bisogno di trasformare ogni confronto in una guerra di religione.
La vera competenza si riconosce dalla qualità delle argomentazioni.
Dalla capacità di citare fonti.
Dall’umiltà di dire “non lo so”.
Dalla disponibilità a cambiare idea quando emergono nuove evidenze scientifiche.
Personalmente continuo a pensare che la cinofilia abbia bisogno di meno personaggi e più professionisti.
Di meno influencer e più studiosi.
Di meno slogan e più biblioteche.
Di meno tifoserie e più confronto.
Di meno ideologia e più metodo scientifico.
Perché il cane merita molto di più delle nostre convinzioni personali.
Merita persone preparate.
Persone che studiano.
Persone che continuano a formarsi.
Persone che mettono continuamente in discussione sé stesse prima ancora degli altri.
Il giorno in cui smetteremo di premiare chi parla più forte e inizieremo a valorizzare chi dimostra davvero competenza, forse la cinofilia farà quel salto di qualità che aspetta da anni.
Fino ad allora continueremo ad assistere allo stesso paradosso: un numero crescente di sedicenti esperti, un numero crescente di proprietari disorientati e, troppo spesso, cani che pagano il prezzo più alto delle nostre presunzioni.
La cinofilia non ha bisogno di nuovi guru.
Ha bisogno di professionisti capaci di unire studio, esperienza, risultati verificabili e rispetto per il cane.
Perché il sapere non si misura con i follower, ma con la profondità delle conoscenze, la capacità di metterle in pratica e l’umiltà di continuare ad imparare ogni giorno.