02/05/2026
“Non sempre possiamo guarire, ma spesso possiamo fare moltissimo”
Negli ultimi anni anche la medicina veterinaria ha fatto passi avanti importanti nel trattamento dei tumori. Oggi, per cani e gatti, esistono percorsi terapeutici strutturati che includono chemioterapia, farmaci mirati e cure palliative, con un obiettivo sempre più chiaro: non solo allungare la vita, ma migliorarne la qualità. Alla Clinica veterinaria Città di Bolzano, la dottoressa Erna Marija Meskyte, che si occupa prevalentemente di medicina interna e oncologia, porta un approccio che unisce ricerca e pratica clinica, con uno sguardo molto concreto sul ruolo del veterinario accanto agli animali e ai loro proprietari.
Dottoressa Meskite, qual è stato il suo percorso e come è arrivata all’oncologia veterinaria?
Il mio percorso è iniziato in Lituania, dove ho studiato medicina veterinaria. Ho poi fatto un Erasmus in Germania e successivamente mi sono trasferita in Italia, dove ho frequentato un dottorato di ricerca in oncologia comparativa all’Università di Trento. Per diversi anni mi sono occupata di ricerca di base, in particolare sui tumori al fegato. A un certo punto ho sentito l’esigenza di applicare queste conoscenze in ambito clinico, lavorando direttamente con gli animali.
Oggi di cosa si occupa in clinica?
Mi occupo principalmente di medicina interna nel team della responsabile dottoressa Valentina Giovannini e affianco la dottoressa Irene Bonazzi che è la responsabile del reparto di Oncologia nella clinica. È un lavoro che richiede competenze tecniche ma anche una grande attenzione alla relazione con i proprietari, perché spesso si affrontano percorsi complessi.
C’è stato un momento in cui è cambiato il suo approccio alla malattia oncologica?
Sì. All’inizio vivevo con difficoltà il fatto che spesso non si potesse guarire. Cercavo una cura a tutti i costi. Poi ho capito che è altrettanto importante offrire qualità di vita. Dare speranza senza dare illusione, ma soprattutto regalare agli animali mesi, settimane o anche solo giorni sereni e, se possibile, gioiosi.
La chemioterapia negli animali è diversa rispetto a quella umana?
Sì, ci sono differenze importanti. Gli animali generalmente tollerano meglio la chemioterapia. Nella maggior parte dei casi, ad esempio, non perdono il pelo e gli effetti collaterali sono più contenuti. Questo permette di mantenere una buona qualità della vita durante il trattamento.
Dal punto di vista psicologico cambia qualcosa rispetto all’uomo?
Molto. L’essere umano vive la malattia tumorale anche sul piano psicologico, con tutto ciò che ne consegue. Un animale invece non ha questa consapevolezza. Se vive un giorno in più, lo vive come un giorno normale. Questo cambia completamente il senso delle cure. Anche quando palliative.
Quali sono oggi le principali opzioni terapeutiche?
Molti farmaci che utilizziamo sono gli stessi della medicina umana. Accanto ai chemioterapici tradizionali stanno arrivando anche farmaci più avanzati, come inibitori mirati e anticorpi monoclonali. Le terapie possono essere somministrate per bocca, per via endovenosa oppure in combinazione, a seconda del caso.
Quanto è impegnativo un percorso di chemioterapia per un animale e per il proprietario?
È un impegno serio. Spesso significa portare l’animale in clinica una volta a settimana per infusioni endovena. Alcuni animali collaborano senza problemi, altri hanno bisogno di una leggera sedazione. Ci sono poi aspetti organizzativi ed economici da considerare. È una scelta che va sempre valutata con attenzione ma il nostro compito è anche questo: aiutare nella scelta.
Vale davvero la pena affrontare questi percorsi?
Se le condizioni sono quelle giuste, sì. Anche pochi mesi in più possono fare una grande differenza. Per un cane o un gatto, un anno rappresenta molto più che per un essere umano. È come se a noi venissero dati molti anni in più: in queste condizioni, affrontare una terapia ha senso. Tutto va sempre messo nella giusta prospettiva.
Ci sono razze più predisposte ai tumori?
Alcune sì. I bovari e i golden retriever, ad esempio, sono più predisposti a diverse forme tumorali. In generale, gli animali di razza possono avere una maggiore probabilità di sviluppare alcune patologie perché hanno una minore variabilità genetica. Questo non significa che tutti ne siano colpiti nè che i cani non di razza siano automaticamente più al sicuro.
E per quanto riguarda i fattori ambientali?
Esistono. I gatti bianchi, ad esempio, sono più esposti ai tumori cutanei a causa del sole. Ci sono poi studi che stanno analizzando l’impatto dell’inquinamento, in particolare delle polveri sottili, anche sugli animali. Sono temi in evoluzione ma è plausibile che ci siano molte linee comuni con quello che accade all’essere umano.
La prevenzione è possibile?
In parte chiaramente sì. L’alimentazione ha un ruolo importante: una dieta sana ed equilibrata aiuta. Sulla sterilizzazione, invece, bisogna fare una valutazione caso per caso, soprattutto nelle cane femmine: può avere effetti protettivi su alcuni tumori e forse facilitarne altri ma non esiste una soluzione universale. Anche qui il ruolo del veterinario come guida è fondamentale.
In sintesi, qual è oggi il ruolo dell’oncologia veterinaria?
Non sempre possiamo guarire, ma possiamo quasi sempre fare qualcosa. Il nostro obiettivo è migliorare il tempo che resta, renderlo il più possibile sereno e dignitoso. Ed è un obiettivo che, per chi vive con un animale, ha un valore enorme.