19/11/2025
Un post che è doveroso condividere perche sui social che spesso sono un passatempo leggero e divertente, se si vuole condividere o divulgare nozioni andrebbe fatto in maniera corretta sia nei contenuti che nella terminologia che nella dizione. Tralasciamo pure la dizione, resta il contenuto che una pagina professionale atta a promuovere un lavoro (allevatoriale in questo caso) dovrebbe avere strumenti e fatti mirati a spiegare e dimostrare il suo valore nel lavoro che sta facendo. Purtroppo recentemente si è assistito a due post tesi a minare il lavoro generico di una categoria di professionisti (la mia) con evidenti riferimenti al lavoro fatto male o alla presa per il c**o di certi allevamenti (cit.) da chiunque poi in cattedra non può salire perchè una sua femmina risulta dal libro genealogico enci avere fatto 8 cucciolate. Da qui l'associazione nazionale allevatori si è sentita in dovere di intervenire anche per ribadire i concetto espressi durante il master allevatori in cui si esorta il professionista ad emergere per le sue qualità e non ha infamare gli altri e dico infamare perchè la collega cha ha ceduto il cane aveva fatto tutti i controlli a dovere e scrupolosamente. È capitato anche a me di avere acquistato un cane da una collega e poi essere risultato 3di gomiti ma la collega aveva fatto ogni controllo. Succede. Ma non si infama la collega che nn ha particolare responsabilità o dolo e non lo si fa perchè specialmente se nn si è senza macchia. Spero si possa riflettere tutti noi allevatori su un cambio di rotta dove egocentrismo, vendette personali e sentimenti poco edificanti lascino il posto alla collaborazione e all'obiettivo comune di tutelare chi affermiamo di amare di più al mondo
𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗯𝗲𝗻𝗲 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲 𝘃𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝘁𝗲𝗴𝗼𝗿𝗶𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘂𝗻’𝗼𝗽𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
Negli ultimi giorni ci è capitato di osservare una campagna social particolarmente intensa, realizzata da un allevamento molto attivo nel settore dei Golden Retriever.
I contenuti erano nati con spirito positivo: parlare dei propri meriti, dei propri protocolli, del proprio modo di lavorare.
Fin qui, nulla da eccepire: raccontare la qualità del proprio operato è legittimo ed è, anzi, un contributo utile per il pubblico.
Purtroppo, però, la comunicazione ha poi preso una direzione diversa:
il messaggio “parlo bene di me” si è trasformato in un implicito “parlo male degli altri”.
E quando un singolo caso viene usato per screditare tutta una categoria, il rischio è che a pagarne il prezzo non siano solo i colleghi… ma l’intero settore.
In un momento storico in cui gli allevatori sono attaccati da più parti — da campagne animaliste che invitano a “non comprare”, da narrazioni distorte, da generalizzazioni che non distinguono tra chi lavora seriamente e chi no — è fondamentale che siamo proprio noi allevatori i primi a non fare il gioco di chi vuole delegittimare la professione.
La correttezza della comunicazione non è un dettaglio:
è una forma di responsabilità verso la categoria e verso il pubblico.
Screditare gli altri, anche indirettamente, significa screditare noi stessi.
Significa minare la fiducia — già fragile — dei futuri acquirenti.
Significa indebolire la cinofilia, anziché rafforzarla.
Per questo riteniamo che la strada giusta sia un’altra:
- valorizzare il proprio lavoro senza demolire quello degli altri;
- mantenere le critiche sul piano tecnico, non su quello insinuatorio;
- ricordare che siamo una categoria solo se impariamo lealtà e rispetto reciproco.
𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗲𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶. 𝗘𝘀𝘀𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗺𝗮𝗶 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗶𝗺𝗲𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗴𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶 𝘀𝘂𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝗴𝗵𝗶, 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗮𝗶 𝗶𝗻 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼.
𝗠𝗮 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝗱𝗲 𝘀𝗽𝗲𝘀𝘀𝗼❗❗❗
(𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗹𝗶𝗱𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗠𝗮𝘀𝘁𝗲𝗿 𝗮𝗹𝗹𝗲𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗘𝗻𝗰𝗶)