17/09/2022
Cosa dire...un maestro di vita
GLI INSEGNANTI DI PIERO ANGELA 🧑🏫
«Alle elementari ero bravo. Ero il secondo della classe (con tanto di premio a fine anno). Il primo della classe era il contino Pier Vittorio Barbiellini Amidei. Debolino in ginnastica.
L’insegnante in quarta e quinta elementare era un prete, pur essendo una scuola laica. Si chiamava don Carlo Ughetti. Era basso e rotondetto. La sua veste nera aveva una serie interminabile di bottoni sul davanti. Mi sono sempre chiesto se li abbottonasse e sbottonasse tutti ogni volta che la indossava e la toglieva. Portava gli occhialini alla Cavour, e i suoi occhi erano così chiari e gelidi da incutere paura.
Aveva un ottimo metodo di insegnamento: appena arrivati ci portava in palestra a fare ginnastica e ci faceva salire sulle pertiche, per calmare le esuberanze. Poi, tornati in classe, ci aspettava un componimento di italiano. Ogni giorno. Ma la cosa straordinaria, per l’epoca, erano gli esperimenti scientifici che il maestro Ughetti realizzava in classe.
Portava lui stesso degli strumenti per spiegarci i vasi comunicanti, la produzione di gas idrogeno per elettrolisi, o per mostrarci il funzionamento di una pila, con la produzione di elettricità. Cose che certamente mi hanno lasciato un segno. […]
Nel corso degli anni, tranne poche eccezioni, non ho più avuto insegnanti capaci di far amare la loro materia. Il più delle volte le lezioni erano piatte e poco stimolanti. Mi sono annoiato molto, e studiavo il minimo necessario per la sopravvivenza.
L’unico altro insegnante che ancora emerge nei miei ricordi è il professor Vigliani, al liceo D’Azeglio. Insegnava latino e italiano ed era un personaggio speciale. A volte ricordava un po’ il professor Aristogitone delle trasmissioni di Renzo Arbore.
Diceva: “Siete dei bucefali! Vi faccio percorrere carponi il pavimento facendo crocioni con la lingua!”. Si divertiva a interrogarci a sorpresa. Un giorno io e il mio compagno di banco Gianfranco Allaria (il primo in ordine alfabetico), essendo stati interrogati la volta precedente, non avevamo studiato. Con un certo sadismo, il professor Vigliani tornò a interrogarci. “Allaria!” chiamò. “Voto: 3”. Uno per quello che aveva saputo dire, uno per essere andato alla cattedra e uno per essere tornato al banco. “Angela. Voto: 2”. Uno per andare e uno per tornare.
Alle volte mi chiedo se sarei oggi un buon insegnante. Forse, ma sarei probabilmente un insegnante fuori dalle regole. Credo che avrei dei problemi con i presidi, giustamente. Riguardando oggi, a distanza di anni, al tempo che ho dedicato agli studi, penso che avrei potuto imparare molte più cose, e con maggiore approfondimento, studiando in un altro modo.
Un esempio, ma significativo. A scuola, ancora oggi, si studiano le scienze, ma non la scienza. Cioè si impara matematica, chimica, biologia, scienze naturali, ma non si impara il metodo della scienza, la sua etica, il ruolo che ha nella società, nell’economia, nella cultura.
Non intendo dire che l’insegnamento non sia fatto bene (ho troppo rispetto per gli insegnanti, che fanno un lavoro difficile, spesso poco gratificante e poco pagato), e neppure che non siano utili quei famosi insegnamenti ripetitivi e astratti che a volte vengono messi sotto accusa, pagine e pagine a memoria, date, schemi, aoristi (ne ho recitati tanti): vanno bene per allenare la mente, in certi casi per inquadrare le conoscenze.
Dico solo che quando ho studiato io mancava un “pezzo” all’insegnamento, quello capace di trasformare l’istruzione in cultura. Anche una materia che potrebbe essere molto stimolante, la filosofia, cioè la storia del pensiero, era in realtà un catalogo di personaggi, con brevi riassunti delle loro opere (e delle relative date). Quasi un elenco di curriculum vitae, da imparare a memoria. Senza il piacere di entrare veramente nella testa dei filosofi, rendendoli vivi e attuali.
Ma soprattutto senza il piacere di “imparare a pensare”. A me sembra che la scuola dovrebbe anche insegnare a ragionare. “Facendo” filosofia, insegnando a dibattere su un argomento partendo da posizioni opposte, stimolando la capacità di argomentare. Con contributi scritti. Ragionando anche su tutto quello che la scienza ha scoperto dopo i grandi filosofi, aprendo scenari e orizzonti ben diversi da quelli che si presentavano davanti agli occhi dei pensatori dei tempi passati.
Ricordo che un’estate, con un amico, “scoprimmo” il Manuale di Epitteto, un filosofo greco che invitava a cercare l’ottimismo attraverso il pessimismo. Ne discutevamo tantissimo, trovandolo anche particolarmente attuale nei suoi ragionamenti e nei suoi esempi. Ecco che, attraverso il suo testo, trovammo proprio il piacere di imparare a pensare.
Credo inoltre che si dovrebbe insegnare non solo una moderna filosofia della scienza, ma ancor più una “filosofia della tecnologia”, per capire problemi fondamentali del nostro tempo, sui quali non veniamo aiutati a ragionare. Qui c’è un vuoto desolante.
Le società in cui viviamo stanno cambiando profondamente, ma l’insegnamento oggi è sempre rivolto in gran parte verso la cultura del passato: storia, letteratura, latino, greco, filosofia.
È ovvio che la cultura del passato sia molto importante, e dobbiamo farla vivere dentro di noi come una gemma preziosa, anche perché ci permette di capire meglio chi siamo oggi, ma è necessario che i giovani siano messi in grado di capire anche il loro tempo e il mondo in cui dovranno vivere e operare. Un mondo in continua trasformazione, che richiede conoscenze e modi di pensare nuovi. »
[Piero Angela, Il mio lungo viaggio: 90 anni di storie vissute. Mondadori, 2017]
Domani, in molte regioni italiane, ricomincerà la scuola. Auguro quindi a tutti un buon anno scolastico, con un consiglio valido tanto per gli studenti quanto per gli insegnanti: siate curiosi come Piero Angela.