19/03/2023
Che tiktoker sei?
"Ma alla gente piace tanto! Il mercato funziona così!
Non puoi capire, sei di altri tempi, il mondo è cambiato.
È questione di moda, quell’abitudine sta andando molto, allora è giusta! Sui social contano i likes e i followers, se ci sono vuol dire che quella persona piace.
Se il pubblico approva non sono problemi di nessuno!"
Quante volte avrai ascoltato affermazioni, luoghi comuni e minkiate del genere? E ti sei fatto condizionare. Sicuramente tantissime volte, sono sicuro.
Avrai riflettuto a lungo, cercato di opporti con qualche ragionamento mentale, ma poi, alla fine, hai mollato la presa e ti sei convinto che, quanto apparso davanti ai tuoi occhi, è tutto normale e forse la persona anormale sei tu.
Non disperare, non sei anormale e quella apparente normalità alla quale ti sei conformato è frutto di una manipolazione di massa sistemica e radicalizzata nella società da tantissimi anni.
A cosa mi riferisco?
A tutti quei falsi miti costruiti ad hoc e foraggiati dalle masse.
È da sempre che funziona così.
Nell’antica Roma i gladiatori si massacravano e il pubblico si entusiasmava. E quella brutalità era normalità: funzionava perché piaceva ai cittadini.
Sempre nell'antichità, dinanzi alle scorrerie della Chiesa, i fedeli facevano da spettatori imperterriti.
Durante le campagne militari, di qualsiasi stato o bandiera, si sceglie di stare da una parte o dall’altra senza conoscerne profondamente le cause.
Diciamo che le tante “civiltà”, succedutesi nel corso dei secoli, di tanto civile avevano poco e nulla.
E la colpa? Di chi è la colpa?
Certamente non dei cittadini, o per lo meno non direttamente imputabile alle masse che, impassibili, accettano, ancora oggi, anche con un certo piacere, tendenze, idee, abitudini e credenze.
Un fenomeno molto recente e piuttosto drammatico, risalente agli anni ‘70 e ‘80, riguarda, per esempio, l’uso di sostanze stupefacenti, in particolare la cocaina.
In quegli anni a fare uso di coca furono per primi gli artisti, intellettuali, attori, borghesi e persone dell’alta società.
L’opinione molto diffusa era che la cocaina rendesse le persone migliori, esaltasse le proprie capacità e le distinguesse dalle altre in positivo.
Masse di giovani, ammaliate da quel mondo, convinte che tutto sommato funzionasse così, cascarono nella trappola della tossico-dipendenza.
E considerato che la coca costava troppo, si adattarono ad una sostanza ancora più devastante e debilitante: l'eroina.
Risultato?
Una vera carneficina, un’ecatombe giovanile, ma anche un annichilimento generazionale con ripercussioni prospettiche imbarazzanti.
Dal Paese delle libertà a stelle e strisce un "contagio pandemico" si estese in tutto l’occidente con danni incalcolabili sul piano psicologico e socio-economico.
Un esercito di zombi, di invasati, divenne un problema enorme per la politica di tutti i paesi impattati.
E se torniamo indietro nel tempo, non proprio molto lontano, ma a ridosso della prima e seconda metà del 1800 (1839-1860), la storia ci narra che gli inglesi, pur di affermare la propria politica commerciale e culturale, bombardarono a suon di cannoni la Cina, con il cinico scopo di imporre l'oppio proveniente dalla vicina colonia indiana (guerra dell'oppio).
E la cosa più bizzarra fu proprio il risultato finale: la Cina dovette accettare di importare l'oppio dall'India, favorendo gli interessi dei britannici.
Ma questa è un'altra storia che merita un'analisi o un capitolo a parte. Lo stesso dicasi anche per il carattere geopolitico e criminologico della cocaina ed eroina degli anni '70 e '80.
Questo articolo riguarda, invece, argomentazioni e riflessioni per il proprio miglioramento personale.
Infatti, importante è l’impatto sociologico e psicologico della cocaina e degli stupefacenti sulle masse e sullo sviluppo di un paese o di una comunità.
Il punto di riflessione riguarda proprio questo aspetto: quanto è importante l’osservazione di un fenomeno da un punto di vista di crescita e miglioramento di una comunità o di un paese?
Nel caso della droga, inizialmente, forse, non si diede alcuna importanza a questo aspetto e le masse furono letteralmente contagiate; ancora oggi il fenomeno è profondamente radicalizzato.
A quei tempi il valore intrinseco del fenomeno, cioè il profitto e la scarsa attenzione delle istituzioni per le ripercussioni sociali prevalsero su ogni principio o valore.
Il profitto e l'incapacità di prevenire le terribili conseguenze sulla crescita dei giovani normalizzò un comportamento di massa, il cui risultato è noto a tutti.
La critica più banale e più “disonesta” che si possa fare, tra le tante possibili, ad un fenomeno come quello della dipendenza da droga, è la seguente: "le persone che ne fanno uso sono stupide e irresponsabili, chi è causa del proprio male pianga sé stesso."
È un classico, anche io negli anni passati la pensavo così, del resto non ne facevo uso e pertanto non giustificavo, ma condannavo (inesorabilmente), chi assumeva quelle sostanze.
La questione, in queste obiezioni, se rifletti, è fondata principalmente su chi partecipa o non partecipa a quell’uso o abitudine di massa, tenendo fuori dal ragionamento una terza e quarta figura: i produttori e i governanti.
Si prescinde dall'analisi di causa-effetto e ci si allontana dalla verità.
Passiamo ad un altro fenomeno, mettendo in pausa, momentaneamente, quello dell’uso di stupefacenti, e focalizziamoci sul gioco d’azzardo.
Negli anni 80, ricordo bene, c’erano i video poker, specie quelli illegali, che ipnotizzavano letteralmente i giocatori. Quella musica di sottofondo, il modo in cui scorrevano le immagini sullo schermo e l’illusione di poter vincere lobomotizzavano gli utenti, al punto tale da renderli veri e propri ludopatici.
Ad oggi l’evoluzione del gioco d’azzardo è arrivata a fatturati da capogiro e i governanti dei vari paesi, seppur ipocritamente, sono alle prese con attività di contenimento, di educazione e di assistenza.
Per non parlare, poi, del tabacco: negli anni ‘80 il fumo era pubblicizzato nei film, nelle manifestazioni di rilievo internazionale e chi non accendeva una sigaretta era considerato uno sfigato, un inadeguato.
Oggi alcune multinazionali sono state condannate a risarcire le vittime del fumo ed è vietato pubblicizzare le si*****te, anzi sulle confezioni è riportato espressamente la letalità delle stesse.
Vogliamo parlare del cibo e della scarsa qualità degli ingredienti che lo compongono?
Il junk food (cibo spazzatura), ormai è noto a tutti, dal dopoguerra in poi fino ad oggi, ha letteralmente modificato il metabolismo delle persone. Negli USA la percentuale di obesi cresce in misura esponenziale.
L’obiezione più disturbante? "Chi è causa del proprio male pianga se stesso."
Siamo sempre allo stesso piano di discussione: erroneamente si cade nella trappola della dialettica dissociativa.
Se la pensi diversamente e ti comporti in controtendenza, rispetto a fenomeni perniciosi, sei con la coscienza a posto: stupidi sono coloro che ci cascano.
Oppure, può capitare che ti adegui perché, tutto sommato, funziona così: tutti mangiano m***a, allora lo faccio anch’io.
Sul piano di questa narrazione restano fuori sempre i governanti, quindi la politica, e i produttori.
Oggi qualcosa si muove sul piano normativo ma la salita è ancora lunga e molto ripida.
In tutti questi fenomeni il comune denominatore è sempre lo stesso: “se alla gente piace così, se alcuni prodotti si vendono tanto allora vuol dire che le persone li apprezzano. Se quelle abitudini riguardano molti utenti qualcosa di buono dovrà pure esserci.”
Questa è la classica narrazione di una dialettica povera di riflessioni filosofiche e psico-sociologiche.
Torniamo alle sostanze stupefacenti e osserviamo il fenomeno da un punto di vista prettamente commerciale ed economico, quindi approfondiamo la questione non più sotto il profilo sociologico, politico, psicologico ma solo ed esclusivamente da un punto di vista del profitto.
A valorizzare il profitto contribuisce notevolmente il marketing. Cos'è il marketing? Sintetizzando al massimo, il marketing è rappresentato da tutte quelle iniziative rivolte a persuadere il consumatore su una scelta di acquisto.
Nel marketing vince chi convince.
La regola dovrebbe essere che a vincere è il prodotto migliore, quello più adatto a risolvere un problema, più idoneo a creare un'emozione, quindi teoricamente il buono dovrebbe prevaricare sul cattivo.
Ammesso che questo sia vero (infatti quando guardiamo un film, per esempio, il bene vince sempre sul male) spesso, però, il bene ci impiega molto tempo per sconfiggere il male.
Di conseguenza, il male nel breve periodo sembra vincere sempre.
Quindi ne deduciamo che se nel marketing vince chi persuade di più ed attrae più utenti, questo concetto non è strettamente collegato alla qualità e alla bontà della proposizione commerciale. Pertanto, se un prodotto o servizio vende di più non significa che sia migliore degli altri.
Perché succede questo? Perché nel libero mercato, del libero pensiero, delle libertà differenziate, della libera scelta vince, almeno nel breve periodo, chi è più furbo e non chi è più bravo, purtroppo.
E vince inevitabilmente il profitto su ogni altro principio.
Mi spiego meglio: se la politica di un paese o di una comunità rimette le questioni di scelte consumistiche, di gusti, preferenze e abitudini alle dinamiche del mercato, alla concorrenza, alla libertà economica, senza un’adeguata regolamentazione di tutela dei più deboli, dei più fragili emotivamente e psicologicamente, lasciando al profitto ampi spazi di penetrazione manipolativa, il risultato non può che essere devastante, specie per le generazioni future, che si modellano su convinzioni e abitudini sedimentate e irreversibili.
Un nostro discendente quando nascerà troverà un mondo già precostituito e vivrà quel contesto come normalità, ma la sua normalità creata però dagli altri. E se non gradirà quella normalità, istintivamente, condannerà i politici di turno o cercherà la soluzione in formule blande e banali come: interventi ad hoc, modifiche normative, onestà delle persone e superca*zole varie.
Non comprenderà immediatamente che il problema, il disagio e la distorsione di un sistema risalgono a periodi precedenti e cercherà, invano, soluzioni concettuali e metodiche rispetto a condizioni ormai sedimentate e consolidate.
Quindi, la mia domanda è la seguente: come possiamo creare un mondo migliore, lasciando perdere tutte quelle risposte circostanziate del tipo: “con l’amore, con la dittatura, con la pace, con la guerra, con l’ideologia, con la musica, con le superca*zole, ecc…?"
Esiste uno strumento, un valore o un metodo per creare un mondo migliore?
La risposta è (istintivamente) NO! Secondo un mio modesto parere e secondo un giudizio di pancia.
Il mondo, inteso come comunità fatta di esseri umani, è alimentato dalla prevaricazione e dalla competizione e, pertanto, abbiamo, intrinsecamente, un vinto e un vincitore. E in ogni comunità dove c’è un perdente e un vincente non può non esserci che caos e incompletezza.
Se ragioniamo di testa, invece, qualcosa si potrebbe fare, ma richiede tempo e costanza. Si potrebbe, a piccoli passi, spostare, gradualmente, quel valore, che primeggia tra gli individui, ad un livello più basso. Quale valore? Il profitto. Oggi è primo in classifica tra tutti i valori che governano e manipolano la vita delle persone. Specie nel mondo occidentale.
Se la politica cominciasse, a piccoli passi, a cambiare rotta, ridimensionando il valore del profitto e della competizione, qualche speranza, di qui ad un secolo, magari potremmo intravederla.
Piccoli passi, non troppo vistosi, non troppo impattanti, e proprio come il marketing manipolativo, dovrebbero essere, al contempo, subdoli ed educativi.
Così facendo potremmo piantare qualche seme per le generazioni future, che nascerebbero in contesti precostituiti opposti a quelli attuali.
Tutto quanto raccontato fin qui (dai fatti e costumi dell’antichità alla nascita e diffusione degli stupefacenti moderni, fino al junk food) fa da avanposto al dramma non percepito, ma reale, dello sdoganamento di ogni forma di perversione della nostra società: fisica, mentale, morale e commerciale.
Mi riferisco a quel fenomeno di globalizzazione e pseudo-liberazione socio-culturale a cui tutti, volontariamente o forzatamente, direttamente o indirettamente partecipiamo.
Primi fra tutti: i social e le piattaforme digitali, in cui c’è spazio per qualsiasi forma di rappresentazione.
Dal fumettistico, grottesco e volgare, all’intellettuale, didattico e formativo.
Tra le tante funzioni svolte da queste piattaforme, la più significativa, che spicca in termini di riflessioni e di approfondimento, riguarda i cosiddetti fenomeni da baraccone, cioè quelle rappresentazioni bizzarre, grottesche e fumettistiche che, apparentemente innocue, sono invece incubatori di inevitabili distorsioni e devastazioni socio-culturali del futuro.
Ho osservato approfonditamente queste tendenze, da instagram a facebook per poi atterrare su tik tok ed ho riscontrato un unico comune denominatore: hanno un pubblico convinto che sia tutto normale e che il fenomeno sia funzionale e corrispondente alle preferenze, nel senso che, se si diffonde, è perché piace.
Proprio come la droga negli anni passati, il gioco d'azzardo, il fumo e tutte quelle abitudini di consumo che (apparentemente) sembrano scelte consapevoli dei consumatori.
Quindi, una spiegazione molto condivisa sarebbe quella basata su gusti e preferenze.
Se un tizio, ignorante, troglodita, magari anche farabutto e, a tratti, psicolabile, ha una platea di milioni di followers è perché piace al pubblico e fa tendenza.
Fin qui nessun problema, ci mancherebbe, non condanno il troglodita che su tik tok pubblica la sua vita privata, le sue emozioni, le sue banali e sterili idiozie.
Rischierei di apparire razzista o incapace di comprendere la trasformazione e la modernità filo-liberale globalista.
Nessuna obiezione da parte mia in merito alle mirabolanti ed entusiasmanti esibizioni a cui molti si prestano quotidianamente sui social.
Nessuna obiezione, però, se queste performance, dei "super artisti social" (famosi sono i tiktokker), non fossero frutto di un prodotto di marketing manipolativo, ovvero se alla base di tutto non ci fosse il profitto e gli interessi di chi produce e gestisce queste piattaforme.
La domanda è retorica: i gestori delle piattaforme social hanno a cuore il profitto oppure il futuro delle generazioni?
Quindi, rispetto a questi fenomeni da baraccone, il processo di diffusione e di apprezzamento, anche imposto, è indotto e manipolato oppure è spontaneo, per cui frutto di una scelta libera da parte degli utenti?
Questi ultimi, specie quelli più fragili, scelgono liberamente le preferenze di acquisto, le abitudini, i contenuti oppure inconsciamente c’è un processo di adattamento, con la convinzione che sia, tutto sommato, buono e giusto?
In passato, la cocaina era consumata e accettata da intellettuali, artisti, alta borghesia e ancora oggi è molto diffusa. Ma come la vediamo e percepiamo oggi? Come la percepivano allora? Sicuramente oggi la consapevolezza è cresciuta ed è indubbiamente opposta a quella degli anni '80. E il fumo e il food?
Un capitolo a parte è il gioco e la ludopatia. Qualche rigo più indietro vi ho parlato dei video-poker e del loro effetto sulla corteccia cerebrale dei giocatori. Mediante i suoni e le immagini riuscivano a ipnotizzarli tenendoli attaccati al display. Oggi, a parte tutti i videogames e i dispositivi digitali di gioco d’azzardo e non, quale interazione riesce a ipnotizzare passivamente e attivamente un utente?
Indubbiamente i social e in particolare Tik Tok. Al netto delle funzioni utili e migliorative della nostra vita, tik tok è un raccoglitore e divulgatore di contenuti molto dannosi per gli utenti sprovveduti e inconsapevoli, sia attivi che passivi.
Per attivi inconsapevoli si intende quelli che pubblicano minchiate, per passivi, invece, quelli che le assecondano, con la motivazione che: funziona così perché piace.
Niente di più falso e manipolativo: quei contenuti non piacciono affatto, bensì si impongono e si fanno piacere come un boccone di veleno farcito con miele di api, in nome e per conto del dio denaro.
Appunto, in nome del profitto si manipola e si soppiantano altri principi e valori che non producono altrettanti guadagni.
Una speculazione e strumentalizzazione dei sentimenti, delle preferenze e dell’identità delle persone senza precedenti nella storia, neanche nel periodo in cui si è diffusa la cocaina.
Allora? Perché ho parlato del passato, di marketing, di competizione, di valori e di soluzioni difficili o impossibili.
Perché ad ogni epoca il gioco si ripete sempre e al centro c’è sempre la manipolazione di massa, ma niente di programmato o calcolato, solo profitto e niente di più o di meno.
Quindi, senza cadere nella trappola del complottismo, bisogna comprendere che nelle masse difficilmente ci trovi comportamenti autentici e spontanei. Non sono le masse che rincorrono nuovi gusti o preferenze, ma sono queste che intercettano le stesse e, se necessario, le modificano e le modellano sulla base del profitto.
A titolo di esempio: se gli uomini vanno verso la ricerca di una maggiore libertà, magari chiedendo maggiori diritti, il principio del profitto intercetta questa tendenza, la manipola, la strumentalizza e la rende funzionale ad obiettivi che nulla hanno a che vedere con il miglioramento delle persone. Pensiamo alla pornografia, alla prostituzione e allo sdoganamento a cui assistiamo: ci vedi qualcosa di costruttivo e di migliorativo per l’umanità oppure un mega contenitore, una super fabbrica di soldi costruita sulla strumentalizzazione e mercificazione del sesso?
Quando assistiamo a riconoscimenti di diritti, a sdoganamenti di valori e abitudini dobbiamo immediatamente preoccuparci degli sciacalli e di quel mostro chiamato mercato.
Se proprio vogliamo sperare in una soluzione di miglioramento della nostra specie, dobbiamo declassare il profitto in termini valoriali: nella gerarchia dei valori fondanti di una società il profitto deve sottostare a quelli di collettività, identità, solidarietà e soprattutto conoscenza e salute.
Quindi, inutile immaginare fantasmagoriche soluzioni normative o condannare un soggetto piuttosto che un altro. Bisogna partire dalla scuola e dalla salute, soprattutto mentale.
Quante persone, se solo avessero studiato, avessero avuto dei mental coach, o avessero avuto un’assistenza psicologica e sociologica adeguata, sarebbero state in grado di respingere la droga, il gioco, il fumo, l’alcool ed oggi, più di tutto, i contenuti digitali e social, cosiddetti, spazzatura? Sicuramente in quantità maggiore.
Quindi, partendo da questa consapevolezza, le forze politiche, anche se fosse un solo passo al giorno, dovrebbero governare creando una nuova gerarchia di valori, in cui il profitto sia non solo declassato, ma anche controllato e veicolato verso obiettivi etici e migliorativi della società.
Un sistema premiante per chi produce nel rispetto dei principi e dei valori di livello superiore, penalizzante, invece, verso chi ragiona e opera con astuzia e cattiva fede.
Se non si intraprende questa strada, le generazioni future, rispetto alla manipolazione digitale e delle piattaforme social, avranno le stesse difficoltà che noi, oggi, riscontriamo con problemi (come la droga per esempio) che ci giungono dal passato.
In conclusione, un tiktoker dall’approccio grottesco, palesemente smisurato e tendenzialmente manipolativo (per esempio) avrebbe poco spazio di diffusione e di successo, se il pubblico avesse una maggiore consapevolezza su chi, come e perché si producono quei contenuti.
Un pubblico più istruito, più attento, più consapevole (ecco l’importanza della scuola, della cultura, della formazione), ma anche più assistito psicologicamente e sociologicamente (vedi l’importanza dell’assistenza mentale), vincolerebbe il mercato e lo stesso profitto a valori di vera crescita e sviluppo.
Ma, poi, chiediamoci: da dove parte lo sdoganamento dei valori nell’epoca moderna?
Se approfondite, noterete che si è partiti dai personaggi pubblici, come negli anni ‘70 e ‘80 con la droga: dai format televisivi di intrattenimento, quindi dalle stars dello spettacolo si è attivato un processo di degenerazione e svalutazione culturale senza precedenti in nome della libertà e dell’autenticità.
Quella libertà e autenticità nascondevano, però, un fine poco rispettoso della tutela dello stato di salute di una generazione fragile e impreparata.
Programmi televisivi trash, reality, talk show capeggiati e sponsorizzati da personaggi illustri, artisti e pseudo-intellettuali hanno traghettato un’intera generazione verso una pseudo-cultura liberticida, col rischio di sprofondare in una degenerazione valoriale irreversibile per quelle successive.
Dai reality televisivi si è passati ai reality social: con persone al cui seguito hanno milioni di sostenitori.
Fenomeni da baraccone spacciati per mentori, guru e rappresentanti di non si sa quale ideale o idea di futuro.
Un pericolo pandemico generazionale senza precedenti, con l’aggravante che non è tangibile, come lo era la droga, il gioco, il fumo e le passate esperienze.
Questo pericolo è astratto, passa attraverso una realtà digitale, immaginaria ma esistente, quindi percepita e non giustificabile, se non da una ipotetica e fantasiosa scalata ad un successo di un qualcosa non definito.
Un imbecille con milioni di followers, che l’unica cosa che fa è l’imbecille, quale successo realizzerebbe? Cioè, a fronte dei suoi guadagni e dei suoi seguaci cosa corrisponderebbe?
La domanda è piuttosto complessa perché la risposta non esiste se non nell’algoritmo da cui dipende il suo successo e dal quale dipende la sua strumentalizzazione e quella dei suoi sostenitori.
Sostenitori incalliti e ipnotizzati dalla speranza e dalla possibilità di poter replicare quel successo che successo non è.
In nome di quella scalata svendono valori e identità, cedendo alla tentazione di poter, magari un giorno, realizzare lo stesso risultato.
In altre parole un’intera generazione rischia di barattare ideali e prospettive di un futuro vero e concreto con la speranza di un traguardo irrealizzabile, in quanto illusorio e inesistente.
Se sei tra quelli che guardano il mondo distopico, in cui viviamo, con rassegnazione o adattamento, quindi crede alla necessità di adeguarsi concettualmente, "perché tutto sommato così funziona" sappi che sei ancora in tempo per comprendere e ripiegare su una visione e su una prospettiva completamente alternativa e rappresentativa del tuo essere autentico e identitario.
Che tipo di tiktokker ti senti? Ti piace imitare quelli che sbancano con contenuti spazzatura, oppure quelli con meno followers ma con contenuti intelligenti e utili al miglioramento della specie?
Se ti senti tra i primi e li imiti non preoccuparti, devi solo chiederti se lo fai perché ti senti obbligato, moralmente e socialmente parlando, oppure è un comportamento spontaneo, istintivo e gratificante.
Nel primo caso puoi sempre rimediare riflettendo su quanto riportato in questo capitolo, nel secondo caso, invece, dovresti verificare se il tuo comportamento è frutto di una compulsività sopraggiunta, quindi non intrinseca nel tuo carattere oppure è espressione della tua immaturità, fragilità e vulnerabilità.
Devi chiederti: “quanto sono vulnerabile, fragile e manipolabile?” Dalla risposta che ti darai dipenderà anche la tua scelta rispetto all’uso dei social.
Se invece ti identifichi tra quelli che usano tiktok, o i social in generale, con moderazione, ingegno e intelligenza per il miglioramento della specie umana, allora sei sulla strada giusta e la lettura di questo post può solo confermare le tue certezze e renderti ancora più consapevole di quanto già non lo sia.
Se, paradossalmente, non sei su tiktok o su altri social ti invito ad andarci, ovviamente, come frequentatore intelligente e non come utente da profitto.
L'amministratore