16/05/2026
Lo sport ci insegna una cosa che tendiamo spesso a dimenticare: non conta soltanto come si fanno le cose. Conta anche, e forse soprattutto, quando si fanno.
Sul campo come nella vita, infatti, ci sono occasioni che passano una volta sola, in un momento preciso. È una questione di attimi: basta un secondo in più, o un secondo in meno, per perdere un’opportunità. Per lasciar scappare un treno.
Lo sappiamo bene: certi tiri, certi scatti, certi salti, certi tuffi, ma anche certe scelte, certi gesti, certi abbracci o certi “ti voglio bene” non richiedono soltanto di essere fatti bene. Richiedono anche di essere fatti in tempo. Nel loro tempo.
I Greci questo tempo lo chiamavano Kairos. Non era il tempo cronologico, ma quello dell’azione, cioè dell’opportunità che può (e deve) essere colta qui ed ora, o mai più.
In altre parole, è il tempo giusto. È il tempo che non scorre, ma che pesa. E sul campo lo avvertiamo bene, questo peso: sulle spalle, nelle mani, nelle gambe. Sentiamo la gravità dell’irripetibile in ogni tiro allo scadere, in ogni calcio di rigore, in ogni istante prima della partenza.
Da appassionato di basket, mi è sempre piaciuto un aspetto particolare di questo sport: quando stanno per scadere i ventiquattro secondi di un’azione, i giocatori vengono avvisati. Parte il conto alla rovescia: 5, 4, 3, 2, 1.
Quanto sarebbe bello se fosse così anche nella vita? Se, appena prima che le nostre occasioni scadano, qualcuno ci avvisasse? Se ci fosse una voce capace di dirci: “Guarda che questo è il momento. Non rimandare. Non aspettare. Fallo adesso”.
In fondo, lo sport ci ricorda l’importa del tempismo, cioè la capacità di essere presenti, con la testa e con il coraggio, quando conta davvero.
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Il Saggio dello sport