Marta, la sua coda e io

Marta, la sua coda e io La pietra scartata dal costruttore è diventata testata d’angolo
Chi non è mai stato amato da un cane non è mai stato amato davvero 
(1)

17/06/2026

Aperte le iscrizioni, inizio Ottobre 2026
Bracciano (RM)

11/06/2026

Quel 28 luglio 1935 non fu una semplice vittoria: fu uno di quei momenti in cui il più forte, sulla carta, resta con il fiato corto e il pubblico ammutolito.

Nuvolari arrivò lì con una vecchia Alfa Romeo P3, mentre dall’altra parte c’erano le Mercedes e le Auto Union, le macchine moderne e super finanziate che dovevano dominare tutto. E invece, sotto la pioggia e nel fango, il Mantovano tirò fuori una gara di testa e di nervi che ribaltò ogni pronostico.

Il colpo finale arrivò all’ultimo giro, quando la Mercedes di Manfred von Brauchitsch ebbe un problema a una gomma. Nuvolari lo passò e chiuse davanti a una folla enorme, circa 300.000 persone, trasformando una corsa tedesca in una scena che fece il giro del mondo.

Resta anche il dettaglio più gustoso: gli organizzatori, convinti di vedere vincere un pilota di casa, pare non avessero neppure pronto l’inno italiano. E il disco della Marcia Reale, quello Nuvolari se lo portava dietro davvero. Non male per una “vecchia” Alfa che doveva solo fare presenza.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 300.000 spettatori al Nürburgring
👉 22 giri: sorpasso decisivo all’ultimo
📚 Fonti: museo tazio nuvolari, museo alfa romeo, motorsport magazine, stellantis heritage

11/06/2026

Lo chiami infestante. La legge italiana la pensa diversamente.

Sentire dei rumori nel sottotetto di notte, in una casa di montagna, e chiamare il derattizzatore è una delle cose più comuni che succedono sugli Appennini. Il problema: spesso quella "cosa" non è un topo.

È un ghiro. Glis glis, per i tecnici. Protetto dalla Legge 157 del 1992 e dalla Convenzione di Berna — stessa protezione di molte specie che nessuno si sognerebbe di toccare.

Epperò nessuno lo sa. E il derattizzatore arriva lo stesso.

Il ghiro non è un roditore da cantina. È un animale arboricolo — vive sui rami, dorme nelle cavità dei tronchi più vecchi, quelli con la corteccia scavata dagli anni. Per sopravvivere ha bisogno di boschi di latifoglie maturi, con faggi e querce abbastanza grandi da produrre semi in abbondanza e abbastanza vecchi da avere buchi naturali dove nascondersi.

Traduzione pratica: se lo senti nel sottotetto, il bosco intorno a casa tua è ancora vivo.

Non sono boschi comuni. Le fonti della Regione Emilia-Romagna lo descrivono come un animale numeroso solo in aree forestali «di una certa estensione» — e la sua presenza dipende direttamente dalla qualità del bosco. Tagli troppo frequenti, alberi giovani, monoculture: il ghiro sparisce. Non si adatta, non si sposta in città, non sopravvive ovunque.

Mangia ghiande, castagne, nocciole, semi. Di notte, sui rami, tra un pasto e l'altro ne perde qualcuno. Senza volerlo, ri-pianta il bosco che lo nutre.

Di giorno dorme. Di notte è preda degli Strigiformi — gufi e allocchi — uno dei nodi più importanti della catena alimentare dei nostri Appennini.

Specie protetta. Indicatore di bosco maturo. Dispersore accidentale di semi. Anello della catena che regge la foresta.

E noi chiamiamo il derattizzatore.

In breve:
Il ghiro è specie protetta dalla L. 157/1992 e dalla Convenzione di Berna — non può essere eliminato come un infestante
Vive solo in boschi di latifoglie maturi con alberi vecchi e cavità naturali: la sua presenza indica un bosco ancora in buona salute
Mangia ghiande e semi, è predato da rapaci notturni: è un nodo attivo nella catena alimentare degli Appennini

09/06/2026

Sparì nel 1541. Tornò da solo nel 2018, dopo 500 anni.

Nessuno lo aveva cercato. Nessuno lo aveva aspettato. Un esemplare arrivato dall'Austria comparve sul fiume Fella, a Tarvisio, e i ricercatori italiani ci misero un po' a crederci.

Una volta il castoro viveva in ogni grande fiume della Pianura Padana. Costruiva dighe alte un metro, abbatteva alberi con i denti, trasformava i torrenti in laghi. Era una presenza normale, come il luccio o il germano reale.

Poi arrivò la caccia. Per la pelliccia, per la carne, per liberare i terreni lungo i fiumi. E in qualche momento tra il 1500 e il 1541 — l'ultima data documentata — l'ultimo castoro italiano sparì. Fine.

Cinque secoli di silenzio. Nessun avvistamento, nessuna traccia. Mentre l'Europa occidentale iniziava lentamente a reintrodurre la specie in Austria, Germania, Francia, qui non c'era nulla.

E invece nel 2018, da solo, quel primo esemplare attraversò il confine. Nessun programma di reintroduzione, nessun permesso, nessun bando europeo. Solo un animale che seguiva il corso di un fiume verso sud.

Oggi in Italia sono stimati circa 60 individui. Li trovi in Friuli, in Alto Adige, in Toscana, in Campania. Sessanta castori dove per cinque secoli non ne esisteva uno.

I nostri fiumi se li ricordavano ancora.

In breve:
Il castoro scomparve dall'Italia nel 1541, cacciato per pelliccia e carne
Nel 2018 un esemplare arrivò da solo dall'Austria sul fiume Fella a Tarvisio
Oggi sono circa 60 individui — tornati spontaneamente dopo 500 anni

09/06/2026

Un animale di 15 kg attraversò da solo 800 chilometri di deserto, autostrada e tre catene montuose. Senza guida. Senza branco. Senza motivo apparente.

Si chiamava M56. Era un ghiottone maschio, strumentato dai ricercatori della Wildlife Conservation Society nel 2008 nel Wyoming. Un mustelide — la stessa famiglia della donnola e della faina — grande quanto un cane di taglia media.

In aprile del 2009 lasciò il Grand Teton National Park e girò verso sud. Attraversò la Wind River Range. Poi il deserto rosso del Wyoming, quello che anche i camionisti evitano quando possono. Il weekend del Memorial Day — fine maggio 2009 — attraversò l'Interstate 80, una delle autostrade più trafficate degli Stati Uniti.

Non si fermò.

In meno di un mese dall'inizio della marcia aveva già superato confini che nessun ghiottone documentato aveva attraversato da decenni. Gli scienziati lo seguivano via radio, dall'aereo. Probabilmente non credevano a quello che vedevano.

Aspetta. Perché qui arriva il fatto che cambia tutto.

Il 26 giugno 2009 la telecamera di un fotografo lo immortalò nel Rocky Mountain National Park, in Colorado. Era il primo ghiottone documentato in quello Stato dal 1919. Novant'anni di assenza, chiusi da un animale di 15 chili che aveva deciso — da solo — di camminare verso sud.

800 chilometri. In ottanta giorni. Senza un branco davanti, senza un territorio da difendere, senza una femmina da raggiungere documentata. Solo lui e le montagne.

I ricercatori gli diedero poi anche un nome: lo chiamarono Marty. Continuò a girare per il Colorado fino al 2012, quando il segnale radio sparì — le batterie del collare erano esaurite. Nel 2016, un rancher nel North Dakota abbatté un animale sconosciuto e consegnò la carcassa alle autorità. Era M56. Era diventato anche il primo ghiottone documentato nel North Dakota da quasi 150 anni.

Un animale che pesava quanto una valigia media ha ridisegnato la mappa di una specie. Da solo.

In breve:
M56 era un ghiottone di 15 kg monitorato dalla WCS nel Grand Teton NP (Wyoming)
In aprile-giugno 2009 percorse ~800 km verso sud, attraversando deserto, montagne e l'Interstate 80
Il 26 giugno 2009 fu avvistato nel Rocky Mountain NP in Colorado: primo ghiottone nello Stato da 90 anni

09/06/2026

La chiamano l'animale più sporco della savana. Stanno sbagliando tutto.

Venti iene maculata attaccano una zebra adulta. In quindici minuti la carcassa è sparita. Carne, pelle, ossa, zoccoli: azzerata.

Non è esagerazione. È quello che succede davvero nella savana africana, ogni giorno, da milioni di anni.

La iena maculata — Crocuta crocuta — è grande quanto un labrador robusto ma ha un morso da 1.100 PSI. Per capire la misura: il leone si ferma a 650. La iena spezza le ossa che tutti gli altri predatori lasciano per terra.

E proprio qui sta il punto che nessuno racconta.

Quelle ossa non vengono solo masticate. Vengono digerite. Lo stomaco della iena è così acido da dissolvere cartilagini, zoccoli e midollo. Le feci che produce sono biancastre, quasi polverose: calcio e fosforo puro restituiti al suolo. Riciclo completo, zero sprechi.

Aspetta, perché si va avanti.

Una carcassa abbandonata nella savana non è solo br**ta da vedere. Diventa in poche ore un focolaio: batteri, botulino, antrace, mosche, larve, cani randagi. Il veleno si diffonde nel suolo, nell'acqua, negli altri animali. Bastano giorni per trasformare una singola zebra morta in un problema per tutto il territorio.

La iena lo impedisce. Letteralmente. Prima che il ciclo parta, la carcassa non esiste più.

Eppure per secoli l'abbiamo dipinta come il simbolo della vigliaccheria, del lerciume, della bassezza. Nelle favole, nei documentari, persino nei cartoni animati: la iena ride, sciacalla, aspetta che gli altri lavorino.

Spoiler: i dati dicono il contrario. In molte aree del Serengeti caccia attivamente oltre il 60% delle sue prede. È lei la predatrice. Spesso è il leone che la segue — non il contrario.

In Africa vivono tra 27.000 e 47.000 iene maculata. Una popolazione intera che lavora, ogni notte, a tenere pulito un ecosistema che senza di loro si ammalerebbe in settimane.

Come certi lavori che nessuno vuole fare, ma senza i quali tutto si ferma.

L'animale più vile della savana è in realtà il suo servizio sanitario. E lo fa gratis, da sempre, senza che nessuno glielo riconosca.

In breve:
La iena maculata ha il morso più potente tra i grandi predatori africani: 1.100 PSI contro i 650 del leone
20 iene eliminano completamente una zebra adulta in 15 minuti, impedendo che la carcassa diventi un focolaio di batteri e parassiti
Contrariamente al mito, in molte aree caccia attivamente oltre il 60% delle sue prede: è una predatrice, non solo uno sciacallo

09/06/2026

Lo portarono nel bosco. 18 giorni dopo era di nuovo lì.

Non era scappato. Non era inseguito da nessuno. Era tornato.

Juan Carrito era un orso marsicano di due anni. Viveva tra le strade di Roccaraso, in Abruzzo — entrava tra i negozi, annusava i cassonetti, si sedeva sui marciapiedi come se il paese fosse casa sua.

Non aveva mai fatto del male a nessuno. Zero incidenti. Zero aggressioni.

Ma le autorità decisero che era pericoloso. Troppo confidente. Troppo umano.

Il 25 marzo 2022 lo catturarono e lo trasferirono nell'area faunistica di Palena, nel Parco della Maiella. Lontano da Roccaraso, lontano dalle case, dentro la natura vera.

Diciotto giorni dopo era di nuovo in paese.

Con le sue zampe, attraverso i boschi, senza cartina e senza nessuno che lo guidasse.

Aspetta: parliamo di uno dei 60 orsi marsicani rimasti al mondo. Sessanta in tutto. Un animale considerato così vicino all'estinzione che ogni esemplare ha un nome, un codice, una storia.

Il suo codice era M20. Il suo nome lo conoscevano tutti.

E lui, tra tutta la natura che aveva attorno — valli, foreste, montagne — aveva scelto di stare in mezzo a noi.

Non sappiamo se lo faceva per il cibo o per qualcos'altro. Ma lui lo sapeva.

Voi lo ricordavate.

In breve:
Juan Carrito, orso marsicano di Roccaraso, fu trasferito nel bosco il 25 marzo 2022
Tornò in paese da solo dopo soli 18 giorni
Era uno dei 60 orsi marsicani rimasti al mondo e non aveva mai fatto del male a nessuno

08/06/2026

L'animale più odiato d'Italia fa qualcosa che nessun trattore riesce a fare.

Lo inseguono, lo abbattono, lo maledicono nelle assemblee comunali. Ma ogni volta che un cinghiale grufola nel bosco, sta facendo un lavoro che l'uomo ha smesso di saper fare.

Il grifo che spacca la terra non è vandalismo. È agronomia.

Il cinghiale scava i primi 5-15 centimetri di suolo: li rivolta, li ossigena, interra semi di quercia e faggio che altrimenti marcirebbero in superficie. Allo stesso tempo mangia le larve degli insetti nocivi che attaccano le radici degli alberi. L'ISPRA — l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — lo riconosce esplicitamente nelle sue linee guida ufficiali: il cinghiale è un "ingegnere dell'ecosistema" e una preda fondamentale per i grandi carnivori come il lupo.

Non lo dice un ambientalista con le treccine. Lo dice l'ente tecnico dello Stato italiano.

Aspetta. Perché allora i cinghiali sono ovunque e stanno diventando un problema?

Anni '60: il cinghiale era relegato in poche zone di montagna e macchia. Areale ridotto, popolazioni sparute. Poi è arrivato l'abbandono dei campi: milioni di ettari di terreno coltivato in collina e montagna lasciati andare a bosco e boscaglia. Il paradiso del cinghiale, costruito da noi.

E non è finita. Per decenni i cacciatori hanno reintrodotto cinghiali dall'Europa centro-orientale — più grandi, più prolifici, con cucciolate più numerose — per ripopolare le riserve di caccia. Quelle immissioni hanno cambiato la genetica delle popolazioni italiane. Il cinghiale che oggi devasta un campo di granturco in Toscana è, in buona parte, un animale che noi abbiamo portato qui, incrociato e moltiplicato.

Al contempo, il lupo — il suo unico predatore naturale efficace — era stato sterminato in quasi tutta Italia. Nessun freno dall'alto. Solo espansione.

Oggi i cinghiali coprono il 57% del territorio nazionale e causano il 90% dei danni alle colture provocati da tutti gli ungulati selvatici messi insieme.

Il problema è reale. I danni agli agricoltori sono reali. Ma c'è una differenza tra capire un fenomeno e semplificarlo.

Il cinghiale non ha invaso nulla. Ha riempito uno spazio vuoto che gli abbiamo apparecchiato noi: campi abbandonati, predatori eliminati, ripopolamenti con ceppi ibridi più resistenti. Poi ci siamo girati dall'altra parte e abbiamo chiamato il risultato "invasione".

L'animale più odiato d'Italia è, in larga misura, una creazione nostra.

In breve:
Il cinghiale è riconosciuto dall'ISPRA come 'ingegnere dell'ecosistema': aera il suolo, interra semi di querce e faggi, mangia larve di parassiti
La sua esplosione demografica — oggi il 57% del territorio nazionale — è frutto di abbandono agricolo, eliminazione del lupo e reintroduzioni venatorie con ceppi ibridi più prolifici
Il cinghiale non ha invaso l'Italia: ha riempito uno spazio vuoto che abbiamo costruito noi

08/06/2026

Lo chiamavano mangiabambini. Non aveva mai toccato un bambino in vita sua.

Nel 1913, in Val di Rhêmes, Valle d'Aosta, un uomo alzò il fucile e sparò. Era l'ultimo gipeto delle Alpi italiane. Sulle nostre montagne, da quel giorno, non ne rimase più uno.

Il gipeto non caccia. Non ha mai cacciato nulla.

Si nutre quasi esclusivamente di ossa — quelle degli animali già morti, lasciate sul terreno quando tutti gli altri avvoltoi hanno già finito. È il netturbino delle montagne: arriva per ultimo, raccoglie quello che resta, e ripulisce quello che nessun altro vuole.

Quando le ossa sono troppo grandi per ingoiarle, le porta in volo. Le lascia cadere sulle rocce da altezze considerevoli, aspetta che si spezzino, e poi scende a mangiarle. Lo fa sempre nello stesso posto. Gli alpinisti dell'Ottocento trovavano certe rocce bianche di frammenti e non capivano da dove venissero.

Aspetta.

Quello stesso uc***lo — quello che non attacca, non caccia, non minaccia nessuno — nelle comunità alpine del XIX secolo era diventato il mostro della favola della buonanotte. I contadini erano convinti che portasse via gli agnelli. Poi la leggenda crebbe: portava via anche i bambini. Nessuno l'aveva mai visto farlo. Nessuno aveva bisogno di vederlo: la leggenda bastava.

Quindi lo sterminarono.

Sulle Alpi italiane scomparve del tutto nel 1913. Ci vollero decenni prima che qualcuno capisse cosa era successo davvero — e altri decenni per cercare di rimediare.

Il progetto internazionale di reintroduzione del gipeto sulle Alpi partì nel 1978. I primi esemplari tornarono nei cieli italiani a partire dal 1993, nelle Alpi Marittime. Nel 2012 si ebbe la prima riproduzione riuscita nel Parco Nazionale del Gran Paradiso — proprio in Val di Rhêmes, la stessa valle dove nel 1913 era stato abbattuto l'ultimo.

Oggi nel Gran Paradiso ci sono 3 coppie nidificanti. Sulle Alpi italiane in totale se ne contano oltre 30.

Un uc***lo che si nutre di ossa, sterminato per una leggenda, è tornato a nidificare nel posto esatto in cui l'avevamo ucciso.

In breve:
Nel 1913 in Val di Rhêmes fu abbattuto l'ultimo gipeto delle Alpi italiane, sterminato per la leggenda del 'mangiabambini'
Il gipeto è un necrofago che si nutre quasi esclusivamente di ossa, mai di bambini né di animali vivi
Dopo quarant'anni di reintroduzioni, oggi oltre 30 coppie vivono sulle Alpi italiane e 3 nidificano nel Gran Paradiso

08/06/2026

Indirizzo

Strada Poderale Del Sambuco, Due A Bracciano
Roma

Telefono

+393927449509

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