03/12/2025
( Questione dott Furlanello ) il pensiero di Agora' Veterinaria a firma del Prof. Maurizio Dondi consigliere di AV
La figura del medico veterinario si trova oggi al centro di quella che potrebbe essere definita una "tempesta perfetta". Questa professione, storicamente vocata alla tutela della salute pubblica e del benessere animale, è diventata il crocevia di tensioni sociali, frustrazioni private e conflitti ideologici sempre più aspri. Il veterinario vive quotidianamente schiacciato tra l'incudine delle esigenze produttive o "carniste" e il martello di un animalismo talvolta estremista, fungendo da ammortizzatore sociale per le contraddizioni irrisolte del rapporto tra uomo e animale.
Da un punto di vista psicologico, la veterinaria rappresenta un unicum nel panorama medico, caratterizzato da un costo emotivo estremamente elevato. Chi intraprende questa strada è mosso generalmente da una profonda empatia, che tuttavia si scontra con la realtà del "Compassion Fatigue" e del Burnout. A differenza della medicina umana, qui la cura si intreccia indissolubilmente con la morte e le logiche economiche. Particolarmente drammatica, nel contesto italiano, è la pressione derivante dalle richieste di eutanasia su animali sani o per motivi economici: sebbene tale pratica sia illegale e deontologicamente vietata, il professionista si trova spesso a dover gestire il rifiuto di fronte a proprietari aggressivi o che utilizzano il ricatto emotivo, minacciando l'abbandono o la soppressione fai-da-te dell'animale. Questa costante tensione etica, unita alla familiarità con i farmaci letali come soluzione alla sofferenza, contribuisce a spiegare i tassi di suicidio nella categoria, significativamente più alti rispetto alla media della popolazione. A ciò si aggiunge il fenomeno del "Moral Injury", ovvero il danno morale subito quando il veterinario, specialmente nel settore degli animali da reddito, è costretto dalle circostanze a operare in contesti intensivi dove il benessere è misurato in parametri produttivi piuttosto che etologici, creando una profonda dissonanza cognitiva.
Spostando l'analisi sul piano sociologico, emerge con chiarezza la schizofrenia morale della società contemporanea. Il corpo sociale non percepisce l'animale in modo univoco, ma lo classifica arbitrariamente in base alla sua funzione per l'uomo, generando aspettative diametralmente opposte sul ruolo del veterinario. Esistono gli animali d'affezione, ormai umanizzati e considerati membri della famiglia, per i quali si pretende un'assistenza infallibile; parallelamente esistono gli animali da reddito, visti come macchine biologiche dall'industria o come vittime sacre dagli attivisti; infine vi sono gli animali considerati nocivi, di cui si richiede lo sterminio per decoro urbano. Il veterinario diventa il bersaglio di una violenza traslata: il cittadino medio, incapace di risolvere la propria contraddizione interna tra l'amare il cane e il mangiare carne intensiva, proietta il proprio disagio sull'unico garante visibile di questo sistema. In questo scenario polarizzato, il professionista è attaccato su due fronti: per gli animalisti radicali è un collaborazionista dello sfruttamento, mentre per l'industria o i proprietari insoddisfatti è un ostacolo economico o un burocrate. Questa tensione esplode spesso nella gogna mediatica dei social network, dove la reputazione di un professionista può essere distrutta in poche ore da ondate di indignazione emotiva, prive di qualsiasi accertamento tecnico dei fatti.
Anche l'analisi economica rivela un profondo divario tra percezione e realtà. In Italia, la cultura del Servizio Sanitario Nazionale gratuito porta i cittadini a percepire come esorbitanti i costi reali della medicina veterinaria privata, spesso accusando i medici di speculare sulla salute degli animali. La mancanza di una diffusa cultura assicurativa fa sì che il costo delle emergenze gravi interamente sulle tasche dei proprietari, i quali reagiscono spesso con rabbia alla propria impotenza economica. Nel settore zootecnico, invece, il problema è strutturale: il veterinario aziendale è retribuito direttamente dall'allevatore che dovrebbe controllare. Questo genera un inevitabile conflitto di interessi economico, dove l'indipendenza del giudizio medico sul benessere animale rischia di scontrarsi con la necessità di mantenere il cliente, minando alla base la serenità lavorativa e la tutela degli animali stessi.
Infine, il quadro legale appare carente e non al passo con i tempi. Il veterinario è esposto a rischi elevati con tutele inferiori rispetto ai medici di medicina umana. Sebbene giuridicamente la sua sia un'obbligazione di mezzi e non di risultato, nella percezione del cliente si pretende la guarigione garantita, portando a frequenti denunce temerarie che, anche in caso di assoluzione, comportano stress e costi ingenti. Inoltre, la giustizia è lenta nel perseguire la diffamazione, lasciando il professionista indifeso contro la rapidità virale del cyberbullismo. Il recente riconoscimento degli animali in Costituzione, pur essendo un progresso etico, crea ulteriori zone grigie sul risarcimento del danno morale, aumentando la pressione assicurativa e i costi, alimentando così il circolo vizioso del conflitto con l'utenza.
In ultima analisi, la professione veterinaria funge da ammortizzatore di una società confusa sul proprio rapporto con la natura. Per uscire da questa crisi non bastano soluzioni tecniche, ma serve un cambiamento culturale che educhi il pubblico sui costi e i limiti della medicina, una riforma strutturale che garantisca l'indipendenza economica dei controllori negli allevamenti, e una tutela legale e psicologica forte per una categoria che si fa carico, spesso in solitudine, di un peso sociale insostenibile.
Prof. M Dondi