21/02/2025
La lingua
A novembre fa abbiamo accolto in classe quinta un nuovo alunno, appena trasferitosi in Italia dallo Sri Lanka. A settembre una bambina proveniente dal Marocco. Lo scorso anno uno dalla Moldavia e una dal Perù. Gli altri che fanno parte della classe sin dalla prima sono tutti nati in Italia, ma le loro famiglie hanno origini lontane: Cina, Filippine, Ghana, Marocco, Nigeria, Pakistan, Repubblica Dominicana, Tunisia.
Ogni giorno è un viaggio, ogni giorno le lingue popolano la nostra aula: perchè vengono pensate in silenzio, perchè vengono dette ad alta voce, perchè aiutano a capirsi se l’italiano lo si sta imparando. L’arabo e l’inglese ci vengono in soccorso come se fossero lingue franche.
Ma spesso, ancora troppo spesso, l’italiano sembra un K2 da conquistare. Insieme a questa classe ho toccato con mano quello che diceva don Lorenzo Milani, ossia che il fine ultimo della scuola è intendere gli altri e farsi intendere, per cui non possiamo non iniziare la scalata. È difficile andare in profondità, non sempre l’interlingua ci aiuta e rimane sempre la sensazione di non riuscire a spiegarsi fino in fondo e di non essere capiti. La mente rimane ingarbugliata quando la lingua si inceppa. O si sceglie direttamente il silenzio.
Ogni giorno questi bambini e bambine usano il doppio delle energie mentali per essere sicuri di aver compreso bene e si arriva alla momento dei saluti che siamo tutti sfiniti.
Certo è difficile, ma noi non siamo e non ci sentiamo meno degli altri.
«Non ce l’aspettavamo questa possibilità. Che la nostra prospettiva dal nulla potesse essere una tra le altre e noi finalmente dentro, protagoniste e protagonisti. Anzi privilegiati nell’avere non solo più lingue a disposizione ma anche più sguardi, più conoscenze, marce in più. Per la prima volta in vantaggio.»
Tra i bianchi di scuola, Hakuzwimana
(che non ringrazierò mai abbastanza per questo libro)