Fido Sapiens

Fido Sapiens Educazione Cinofila

13/04/2026
18/03/2026

𝗟’𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲.
𝗜𝗹 𝗺𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗰𝘂𝗶 𝗶𝗹 𝗰𝗲𝗿𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮 𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲.

Fino a poche settimane fa il tuo cucciolo ti sembrava sicuro, curioso, pronto ad avvicinarsi a tutto e tutti: persone, oggetti, rumori, altri cani.

Poi, quasi all’improvviso, qualcosa in lui si trasforma, a volte diventa prepotente, altre sembra intimorito, altre volte ancora sembra quasi fuori controllo.

Un bidone della spazzatura che ha visto cento volte diventa un drago che, oltre alla spazzatura, potrebbe mangiarsi i cani ed è da attaccare come farebbe Don Chisciotte con i mulini a vento.

Una persona che passa un po’ troppo veloce o con un cappello viene osservata con sospetto, chi corre nel parco può diventare qualcuno da fermare, non tutti i cani sono simpatici, e le biciclette a volte sono da bloccare con urgenza.

Molti familiari pensano che il cane stia diventando problematico.
In consulenza mi si dice che “È diventato pauroso.” Oppure che “Sta diventando un cane aggressivo.”

In realtà, molto spesso, il cane sta semplicemente crescendo.
Ben arrivata adolescenza, l’età della rivoluzione cognitiva.
Avete presente la nostra, o quella dei nostri figli?
Ecco, si presenta anche nel nostro cucciolo quando sta diventando adulto.

Il cane tra 7 e i 14 mesi (dipende dalla razza e dalla taglia) di vita attraversa quella che in etologia viene chiamata 𝙨𝙚𝙘𝙤𝙣𝙙𝙖 𝙛𝙖𝙨𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙖𝙪𝙧𝙖. Non è necessariamente un comportamento “problematico”, non è per forza la nascita o la presenza di un problema comportamentale e non è neppure qualcosa che “abbiamo sbagliato” noi familiari umani nell’educarlo.

È una fase naturale dello suo sviluppo (Scott & Fuller, 1965; Overall, 2013), che in questo articolo provo a descrivervi.

In questo periodo nel corpo del nostro cane e nel suo cervello stanno accadendo molte cose, e tutte insieme.
Iniziamo con il dire che quando si parla di adolescenza si pensa subito al testosterone, l’ormone della sessualità, ma in realtà il quadro è molto più complesso e in questo articolo proviamo a farlo un pochino più comprensibile.

Nel cane durante l’adolescenza, oltre al testosterone, cambiano anche altri sistemi ormonali e neurobiologici: aumenta, ad esempio, la sensibilità ai glucocorticoidi, gli ormoni coinvolti nella risposta allo stress, e nel contempo si riorganizzano e formano i circuiti legati alla dopamina e alla serotonina, che regolano motivazione, attenzione e controllo degli impulsi (Casey et al., 2014; Romeo, 2013).

E tutto questo avviene mentre, allo stesso tempo, il cervello del nostro cane sta ancora completando il suo sviluppo fisiologico. Le strutture più antiche, come l’amigdala, l’area del cervello che rileva rapidamente ciò che potrebbe essere una minaccia, sono già molto attive. Mentre le aree più “recenti”, come la corteccia prefrontale, quella che consente di valutare meglio le situazioni e di modulare le reazioni emotive, stanno invece ancora maturando e spesso non sono così efficaci (Casey, Jones & Hare, 2008).

Per questa ragione, durante l’adolescenza può capitare che la parte del cervello del nostro cane che percepisce il pericolo sia già sviluppata e veloce nelle risposte, mentre quella che dovrebbe valutare con calma come agire e con quale intensità sta ancora imparando a lavorare bene.
In altre parole, il nostro cane sta imparando a diventare più consapevole del mondo che lo circonda.

In natura questo passaggio ha un valore enorme. Un giovane canide che inizia a muoversi con maggiore autonomia, allontanandosi dai genitori, deve sviluppare una nuova capacità: 𝙫𝙖𝙡𝙪𝙩𝙖𝙧𝙚 𝙞 𝙧𝙞𝙨𝙘𝙝𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙖𝙢𝙗𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚 per non mettersi nei guai.

Non può più comportarsi ed essere il cucciolo che si avvicinava a tutto con leggerezza perché c’erano gli adulti che lo proteggevano in caso di necessità. Il nostro cane sta diventando adulto e deve imparare a fermarsi un attimo prima di agire, osservare meglio, capire cosa ha davanti e imparare, con l’esperienza, quali sono i pericoli e a quali più di altri deve prestare attenzione.

Per questa ragione, in questa fase, il cane può sembrare più prudente, più diffidente, a volte persino più reattivo.
È il cervello che fa i primi tentativi di dirgli: “Aspetta un momento. Guarda meglio.” E a volte non lo fa ancora tanto bene.

Ed è qui che entra in gioco il ruolo del familiare umano.
In questo momento della sua vita, forzare il cane ad affrontare ciò che lo preoccupa, minimizzare le sue emozioni o punire con vemenza la sua reazione esagerata rischia solo di trasformare una fase naturale dello sviluppo in una vera difficoltà quando sarà un soggetto adulto: lo chiamo il patto “𝙩𝙧𝙖𝙙𝙞𝙩𝙤”.

In questa fase delicata può capitare che il familiare umano, preoccupato o frustrato da comportamenti che sembrano comparsi improvvisamente, ricorra a punizioni, minacce o a una gestione molto rigida del cane. Purtroppo, questo tipo di intervento raramente aiuta il cane a comprendere meglio ciò che sta accadendo, ma va a lavorare proprio sulla paura che alla fine diventa rabbia e si finisce in un circolo vizioso.

Diversi studi mostrano infatti che l’uso frequente di punizioni o metodi coercitivi può aumentare lo stress del cane e favorire risposte di paura o aggressività, soprattutto nei soggetti più sensibili (Herron, Shofer & Reisner, 2009; Ziv, 2017). In un cervello che sta ancora maturando, questo tipo di esperienze può lasciare tracce durature nel modo in cui il cane imparerà a reagire alle situazioni difficili anche in età adulta.

Durante la fase delicata dell’adolescenza al nostro cane è molto più utile stargli accanto mentre scopre il mondo con occhi nuovi, modulando noi le situazioni, per insegnargli come affrontarle e gestirle in modo non reattivo.
È necessario che il familiare umano sappia lasciare al cane il tempo di osservare e al contempo sostenere la sua curiosità. E offrirgli la possibilità di fare esperienze graduali e supervisionate.
Insomma, essere un punto di riferimento stabile nel suo periodo critico.

Con il tempo, quasi sempre, questa attenzione che sappiamo modulare e coordinare (qui se facciamo fatica è utile farci sostenere da un professionista competente) in un periodo delicato come l’adolescenza si trasforma in qualcosa di prezioso nell’età adulta.
Avremo al nostro fianco un cane più maturo, più sicuro, più capace di comprendere e interpretare senza reattività ciò che gli accade intorno.

Perché crescere, anche per un cane, proprio come per noi umani, significa passare dall’entusiasmo un po’ ingenuo del cucciolo alla consapevolezza dell’adulto.
Questo passaggio è necessariamente delicato e faticoso, per lui e per i familiari umani. Ma quando comprendiamo cosa sta accadendo, quella fatica cambia forma.
Diventa parte del percorso.

E sapere che è solo una fase, una fase che tutti, umani e cani, attraversano, rende il cammino un po’ più leggero.

𝗕𝗲𝗻𝘃𝗲𝗻𝘂𝘁𝗶 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗱𝗼𝗹𝗲𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲.

Attilio Miconi

𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
Casey, B. J., Jones, R. M., & Hare, T. A. (2008).
The adolescent brain. Annals of the New York Academy of Sciences.
Casey, R., Loftus, B., Bolster, C., Richards, G., & Blackwell, E. (2014).
Human directed aggression in domestic dogs. Applied Animal Behaviour Science.
Herron, M. E., Shofer, F. S., & Reisner, I. R. (2009).
Survey of the use and outcome of confrontational and non-confrontational training methods in client-owned dogs. Applied Animal Behaviour Science.
Overall, K. (2013).
Manual of Clinical Behavioral Medicine for Dogs and Cats.
Romeo, R. D. (2013).
The teenage brain: The stress response and the adolescent brain. Current Directions in Psychological Science.
Scott, J. P., & Fuller, J. L. (1965).
Genetics and the Social Behavior of the Dog.
Ziv, G. (2017).
The effects of using aversive training methods in dogs. Journal of Veterinary Behavior.

18/03/2026

𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲 𝗰𝘂𝗰𝗰𝗶𝗼𝗹𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗼:
𝗻𝗼𝗻 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗴𝗶𝗻𝗮 𝗯𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮

C’è un’idea comune tra le famiglie che vogliono adottare un cane, ripetuta quasi come un mantra, una convinzione precisa e spesso ascoltata quando queste famiglie si rivolgono a un canile: 𝘐𝘭 𝘤𝘢𝘯𝘦 𝘤𝘶𝘤𝘤𝘪𝘰𝘭𝘰 𝘦 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘯𝘦 𝘢𝘥𝘶𝘭𝘵𝘰: 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢 𝘣𝘪𝘢𝘯𝘤𝘢𝘷𝘰𝘳𝘳𝘦𝘪 𝘶𝘯 𝘤𝘶𝘤𝘤𝘪𝘰𝘭𝘰, 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘦 𝘣𝘦𝘯𝘦 𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘰 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘳𝘭𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘮𝘰𝘥𝘪, 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘯𝘦 𝘢𝘥𝘶𝘭𝘵𝘰 𝘩𝘢 𝘰𝘳𝘮𝘢𝘪 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘪𝘮𝘱𝘢𝘳𝘦𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦.

In questa affermazione c’è un modo di percepire le cose apparentemente ordinato, lineare, quasi rassicurante nel tentativo non incappare in un cane che potrebbe dare problemi nella convivenza.
Si pensa da una parte un cucciolo come qualcosa che si può costruire da zero, dall’altra, un cane adulto, con un carattere che si può solo accettare.

Ma le cose non funzionano proprio così. E in questo articolo provo a spiegarlo.

Un cucciolo, già appena nato, non porta con sé il vuoto. Porta già un mondo interiore, in parte costruito dai suoi genitori, dai suoi nonni e persino dai suoi trisavoli. Non è fatto solo di ciò che diventerà, ma anche di ciò che è già iniziato prima della sua nascita.

C’è la genetica, certo, quella che ci fa vedere il colore del mantello, la forma delle orecchie e ci fa immaginare la sua futura taglia (non sempre), ma c’è anche qualcosa di più silenzioso, meno visibile ma è persino più potente che agisce fin da quando è nel grembo materno, ancora prima che quel cucciolo nasca.

L’epigenetica racconta proprio questo: l’ambiente in cui si sviluppa la sua storia familiare, le condizioni della madre e le esperienze precoci del feto, già prima della nascita, intorno al quarantacinquesimo giorno di gravidanza, influenzano il modo in cui i suoi geni si esprimeranno (Meaney, 2010; Overall, 2013).

Non è una teoria astratta, è qualcosa di molto concreto che l'etologia cognitiva ha approfondito con infiniti studi.
Il cucciolo arriva già con una direzione, con una sensibilità, con un modo di reagire che non dipende solo da ciò che accadrà dopo, né dalla nostra volontà di educarlo come vorremmo noi.

Inoltre già dai primi giorni di vita il cucciolo incontra il mondo, registra tutto con una precisione sorprendente, costruisce affetti oppure prende le distanze da ciò che teme o che lo ha spaventato.

Gli studi sullo sviluppo comportamentale dimostrano come le esperienze precoci contribuiscano a definire le risposte future (Howell et al., 2015).

Il cucciolo non aspetta di essere educato come fosse una pagina bianca da scrivere a nostro piacimento.
E allora quell’immagine del cucciolo come una pagina bianca comincia a perdere consistenza. Non c’è nulla da scrivere da zero. Esiste qualcosa da conoscere, da accompagnare, da comprendere, che va ben oltre l’aspetto fisico della genetica.

Dall’altra parte c’è il cane adulto, quello che spesso viene immaginato come già formato, quasi fermo, come se ciò che c’era da imparare, pregi e difficoltà, fosse diventato definitivo e immutabile.

E invece non è così. Anche il cane adulto impara cose nuove, semplicemente lo fa in modo diverso rispetto al cucciolo.

Porta con sé esperienza. Ha già attraversato situazioni, ha già costruito strategie, ha già imparato a comprendere e interpretare ciò che accade intorno a lui. Questo non lo rende rigido, lo rende spesso più competente.

Il cane adulto quando cambia ambiente, incontra nuove persone, quando entra in una relazione diversa, non resta uguale a prima.

Osserva, confronta il passato con il presente e riorganizza la sua vita sociale nella sua nuova famiglia.

In molti casi riesce a cogliere il senso delle nuove situazioni con una velocità che sorprende proprio perché ha già una storia su cui appoggiarsi.

A volte, proprio quella storia rappresenta anche un vantaggio concreto nella vita quotidiana: un cane adulto ha spesso già superato le fasi più impegnative del cucciolo, come la gestione dei bisogni in casa, le piccole distruzioni, l’energia disordinata dei primi mesi.
Spesso ha già attraversato anche quella fase delicata e intensa che è l’adolescenza, quel periodo in cui il cane sembra mettere in discussione ogni equilibrio e che molti familiari umani vivono con una certa fatica.

Le ricerche sulla cognizione del cane parlano chiaramente di questa capacità di adattamento continuo, che resta attiva lungo tutta la vita (Miklósi, 2015; Range et al., 2019).
Nel cane non esiste un punto in cui l’apprendimento si interrompe. Cambia il ritmo, cambia il modo, ma il processo continua per tutta la vita.

E allora il confronto sulla scelta tra cucciolo e cane adulto si sposta in una nuova direzione.
Non riguarda più ciò che è possibile o impossibile fare per educarlo, ma il modo in cui avviene l’apprendimento.

𝙄𝙡 𝙘𝙪𝙘𝙘𝙞𝙤𝙡𝙤 𝙘𝙤𝙨𝙩𝙧𝙪𝙞𝙨𝙘𝙚 𝙞𝙡 𝙨𝙪𝙤 𝙧𝙖𝙥𝙥𝙤𝙧𝙩𝙤 𝙘𝙤𝙣 𝙞𝙡 𝙢𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙢𝙚𝙣𝙩𝙧𝙚 𝙡𝙤 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖 𝙥𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙖 𝙫𝙤𝙡𝙩𝙖.
𝙄𝙡 𝙘𝙖𝙣𝙚 𝙖𝙙𝙪𝙡𝙩𝙤 𝙡𝙤 𝙧𝙞𝙚𝙡𝙖𝙗𝙤𝙧𝙖 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙡𝙪𝙘𝙚 𝙙𝙞 𝙘𝙞𝙤̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙝𝙖 𝙜𝙞𝙖̀ 𝙫𝙞𝙨𝙨𝙪𝙩𝙤.
𝙄𝙣 𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙢𝙗𝙞 𝙞 𝙘𝙖𝙨𝙞 𝙘’𝙚̀ 𝙖𝙥𝙥𝙧𝙚𝙣𝙙𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤.

Ed è proprio da questo pensiero che quella frase iniziale mostra il suo limite. L’idea di prendere un cucciolo per poter “fare” un cane ideale partendo da zero, così come l’idea che un cane adulto sia già completamente definito, nascono entrambe dallo stesso bisogno: avere un cane controllabile e prevedibile con cui vivere.

La realtà è meno semplicistica dei pensieri popolari spesso non riscontrabili dai fatti, ma a guardarla con questi occhi nuovi diventa addiritturo molto più interessante quando si vuole adottare un cane.

Un cucciolo non diventa qualsiasi cosa si desideri.
Un cane adulto non resta fermo a ciò che è stato.

Entrambi si muovono dentro un processo continuo, fatto di esperienza, relazione, adattamento.
E in questo processo c’è sempre spazio.
Non per scrivere tutto da capo, ma per costruire qualcosa insieme al cane che entra a far parte della nostra famiglia.

Attilio Miconi

𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
Howell, T. J., King, T., & Bennett, P. C. (2015). Puppy socialization and its effects on behavior. Veterinary Medicine: Research and Reports.
Meaney, M. J. (2010). Epigenetics and the biological definition of gene × environment interactions. Child Development.
Miklósi, Á. (2015). Dog Behaviour, Evolution, and Cognition. Oxford University Press.
Overall, K. L. (2013). Manual of Clinical Behavioral Medicine for Dogs and Cats. Elsevier.
Range, F., et al. (2019). The Dog–Human Relationship. Annual Review of Animal Biosciences.

18/03/2026

“𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗻𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶.” 𝗗𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼?

Oggi vi parlo di questa “regola” e tento di fare chiarezza su questo argomento tanto discusso in cinofilia: “𝘗𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘨𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪, 𝘱𝘰𝘪 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘯𝘦. 𝘊𝘰𝘴𝘪̀ 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘤𝘩𝘪 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘢𝘱𝘰𝘣𝘳𝘢𝘯𝘤𝘰.”

Per anni questa idea è stata ripetuta anche nei manuali cinofili, nei programmi televisivi e nei consigli tra proprietari che si incontrano nei giardini. E così è quasi diventata una piccola legge domestica: il cane aspetta, l’umano mangia per primo, e così si stabilisce la gerarchia, il capo-branco mangia per primo.

Ma da dove nasce davvero questa convinzione così popolare?

Gran parte di questa regola deriva da una vecchia interpretazione, di quasi ottanta anni fa, delle dinamiche sociali osservate tra lupi in cattività (in ambiente naturale in realtà non è così). Negli anni ’60 e ’70 si diffuse l’idea che nei branchi di canidi esistesse una rigida gerarchia lineare, con un “capobranco” dominante che mangiava per primo e imponeva la propria posizione attraverso rituali di potere sulla risorsa cibo. Questa visione è entrata profondamente anche nella cultura cinofila popolare.

Col tempo, però, la ricerca sul comportamento dei lupi selvatici ha raccontato una storia profondamente diversa. Gli studi condotti sul campo hanno mostrato che i branchi di lupi sono in realtà 𝗴𝗿𝘂𝗽𝗽𝗶 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗶, composti da genitori e figli di diverse età, con dinamiche molto più cooperative di quanto si pensasse in passato (Mech, 1999).

Lo stesso ricercatore che aveva contribuito a diffondere l’idea del cosiddetto alpha wolf, David L. Mech, ha poi chiarito che quel concetto era stato osservato in maniera errata e semplificato ulteriormente nelle credenze cinofile: nei branchi in natura, i genitori guidano il gruppo più come figure familiari con rango genitoriale, che come individui dominanti che impongono continuamente il proprio status attraverso l’uso della forza.

Quando parliamo di cani che vivono nelle nostre famiglie, inoltre, ci troviamo di fronte a una specie che ha seguito una strada evolutiva ancora più particolare rispetto ai cugini lupi. Il cane è una specie 𝗰𝗼𝗲𝘃𝗼𝗹𝘂𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹’𝘂𝗼𝗺𝗼, con capacità sociali sviluppate proprio per vivere e cooperare con gli esseri umani (Range & Virányi, 2015).

Per questo, dal punto di vista dell’etologia cognitiva, ciò che conta davvero per il cane non è tanto l’ordine simbolico in cui si mangia, ma altri elementi molto più concreti della vita quotidiana.
Il cane presta attenzione soprattutto a tre principali aspetti:
la prevedibilità delle routine (orario della somministrazione del pasto), il controllo umano delle risorse (è sempre l’umano che offre il cibo al cane), la coerenza dei segnali sociali (la preparazione della ciotola).

In altre parole, il messaggio che il cane riceve non riguarda tanto il fatto che tu mangi prima o dopo di lui. Il messaggio principale è molto più semplice: il cibo arriva perché lo fornisce il familiare umano.

Questo, dal punto di vista del comportamento animale, è già sufficiente a definire il ruolo del familiare umano come gestore delle risorse (Bradshaw, Blackwell & Casey, 2009). Non servono e sono poco utili i rituali gerarchici simbolici per stabilirlo.
Anzi, nella vita quotidiana dare da mangiare al cane prima della famiglia può avere anche alcuni vantaggi pratici.

Il primo riguarda una situazione molto comune: il cane che chiede cibo mentre siamo a tavola.
Se il cane ha già mangiato, la motivazione a elemosinare diminuisce notevolmente e il comportamento di begging (chiedere cibo a tavola) diventa meno probabile.
Un secondo aspetto riguarda l’attivazione emotiva del nostro cane.

Per alcuni di loro aspettare mentre gli umani mangiano può aumentare eccitazione o frustrazione, soprattutto se il cane percepisce odori di cibo e non comprende bene la situazione. Mangiare prima può ridurre questa attivazione e favorire un momento di maggiore calma emotiva.

Infine c’è la questione delle routine.
Molti cani beneficiano di sequenze prevedibili:
il cane mangia → la famiglia mangia → momento di relax (fase di arresto).

Proprio per questo i professionisti moderni che si occupano di cinofilia suggeriscono spesso di strutturare la routine in questo modo, anticipare il pasto del cane rispetto al nostro.

L’etologia contemporanea tende, infatti, a sottolineare un punto molto chiaro: l’ordine in cui mangiano umano e cane non determina lo status sociale del cane.
Molto più rilevante è come viene gestita la risorsa.
Ad esempio:
• il cane rimane in attesa della preparazione del pasto rimanendo tranquillo e poi può iniziare a mangiare
• il cibo viene fornito in modo coerente e prevedibile
• il cane non riceve cibo dal tavolo durante i pasti, se proprio si vuole dargli un contentino lo si può fare a fine pasto mentre si sparecchia la tavola.
Questi aspetti hanno un impatto reale sul comportamento quotidiano del cane.

Alla luce delle conoscenze attuali, quindi, dare da mangiare al cane prima della famiglia umana è perfettamente compatibile con ciò che sappiamo oggi sul comportamento e sulla cognizione canina. Non altera alcuna gerarchia sociale e, in alcuni casi, può persino facilitare una gestione più serena della routine domestica.

Come spesso accade quando la scienza osserva più da vicino il comportamento animale, molte regole che sembravano fondamentali si rivelano meno rigide di quanto pensassimo.
Ciò che rimane davvero centrale, nella relazione con il cane, è la chiarezza delle routine, la coerenza dei segnali e la qualità della relazione quotidiana.

Termino questo articolo con quella che potrei chiamare la regola del buon senso.

In ogni famiglia, umana o interspecifica che sia, qualcuno finisce sempre per svolgere il ruolo di coordinatore delle risorse e delle routine quotidiane.

Vale allora la pena porsi una domanda molto semplice, ma che può far riflettere le famiglie che vivono con il cane.
Secondo voi è più logico dire al vostro cane: “Adesso stai tranquillo, hai già mangiato.”

Oppure lasciarlo con l’acquolina in bocca mentre sente l’odore del cibo e dirgli: “Adesso mangio io e tu aspetti.”

Spesso la gestione più serena della vita domestica nasce proprio da qui: routine chiare, risorse gestite con coerenza e un po’ di buon senso nella relazione quotidiana con il cane.

Attilio Miconi

𝗕𝗶𝗯𝗹𝗶𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲
Bradshaw, J. W. S., Blackwell, E. J., & Casey, R. A. (2009). Dominance in domestic dogs—useful construct or bad habit? Journal of Veterinary Behavior.
Mech, L. D. (1999). Alpha status, dominance, and division of labor in wolf packs. Canadian Journal of Zoology.
Range, F., & Virányi, Z. (2015). Tracking the evolutionary origins of dog–human cooperation. Animal Behaviour.
Range, F., & Virányi, Z. (2014). Wolves are better imitators of conspecifics than dogs. PLoS Biology.

Nerone cammina davanti a tutti.Cane libero, amato dal popolo, guida la processione patronale come un custode silenzioso....
22/01/2026

Nerone cammina davanti a tutti.
Cane libero, amato dal popolo, guida la processione patronale come un custode silenzioso.
I cani sono i nostri traghettatori, anime antiche che conoscono la strada prima di noi.
Ci hanno guidato da sempre e continuano a farlo.
È scritto nei nostri geni, ma soprattutto nello spirito.
Per ricordarlo, dobbiamo solo ascoltare la parte più primitiva e sacra di noi stessi. 🐾

10/01/2026

La castrazione risolve i problemi comportamentali del cane?

No: la castrazione NON “risolve” i problemi comportamentali del cane.

L’idea che lo faccia è una leggenda dura a morire, tramandata da decenni, ma non supportata da basi scientifiche.

Per molti anni si è semplificato il comportamento del cane così:

testosterone = aggressività / problemi

Da qui la convinzione che togliendo le gonadi si sarebbe “aggiustato” anche il comportamento.

La realtà etologica e neurobiologica è molto più complessa.

Ormoni ≠ comportamento

Gli ormoni sessuali (testosterone ed estrogeni) influenzano la memoria di razza, alcune motivazioni, ma NON determinano la personalità né correggono l’apprendimento.

Il comportamento del cane nasce dall’interazione di genetica, sviluppo precoce, esperienze di vita, ambiente, relazione con l’umano, apprendimento (rinforzi, punizioni, gestione) e stato emotivo.

Nessun intervento chirurgico può “resettare” tutto questo.

Cosa può (forse) cambiare con la castrazione???

In alcuni soggetti, e solo per alcuni comportamenti specifici, si può osservare una riduzione PARZIALE di marcatura urinaria motivata sessualmente, vagabondaggio per ricerca della femmina in calore, competizione sessuale diretta tra maschi.

Ma, badate bene… NON è una cura, NON FA MIRACOLI.

Cosa NON risolve (e spesso peggiora)?!?!

La castrazione non risolve aggressività da paura, aggressività territoriale, aggressività da frustrazione, aggressività appresa, reattività al guinzaglio, problemi di autocontrollo, ansia, insicurezza, fobie, problemi relazionali con l’umano.

Anzi, in molti casi può:
RIDURRE LA SICUREZZA DEL CANE, AUMENTARE ANSIA E REATTIVITÀ E PEGGIORARE L’ AGGRESSIVITÀ DIFENSIVA.

Perché?

Perché il testosterone non è solo “aggressività”, ma anche SICUREZZA, RESILIENZA EMOTIVA E STABILITÀ COMPORTAMENTALE.

Cosa dice la scienza?!?!

Studi comportamentali mostrano che:

- l’aggressività non è direttamente correlata ai livelli di testosterone.

- molti cani castrati mostrano uguali o maggiori problemi comportamentali.

- l’effetto della castrazione è imprevedibile e individuale.

Non esiste una correlazione causale semplice tra castrazione e “buon comportamento”.

Il comportamento problematico è quasi sempre una risposta adattiva, una strategia appresa, il risultato di una cattiva gestione o il prodotto di esperienze negative ripetute.

Tagliare un organo non cancella un COMPORTAMENTO APPRESO.

Perché il mito continua a circolare ancora oggi?

Perché solleva l’umano dalla responsabilità educativa e viene ancora proposta come “scorciatoia”.

Talvolta la castrazione coincide con l’età di maturazione… questo produce un falso effetto di miglioramento momentaneo.

Quando la castrazione ha senso (davvero)??

La castrazione può essere indicata:

- per motivi sanitari (patologie specifiche)

- per gestione riproduttiva ( se si vogliono evitare cucciolate indesiderate quando si ha una coppia maschio/femmina ).

- in rari casi come supporto a un percorso comportamentale serio.
(mai come unica soluzione)

In sostanza:

La castrazione NON educa, NON rieduca, NON cura il comportamento.

Il comportamento si modifica con:
COERENZA GESTIONALE, TEMPO DI QUALITÀ, RELAZIONE SANA CON IL CONDUTTORE, LAVORO DI EDUCAZIONE CORRETTO.


Tutto il resto è una favola comoda, non scienza.

Cosa succede se si sterilizza una c***a femmina? Diventa più buona?

No. Sterilizzare una c***a non la rende “più buona”.

Anche questa è una credenza popolare, molto diffusa, ma scientificamente infondata.

Per decenni si è raccontato che:
“tolto il calore → tolta l’aggressività → cane più docile”.
Cosa cambia davvero dopo la sterilizzazione

Dal punto di vista ormonale cessano i cicli estrali, calano estrogeni e progesterone, viene meno la modulazione ormonale ciclica.

Dal punto di vista comportamentale:
- NON esiste un miglioramento automatico.
- gli effetti sono individuali e imprevedibili.

La sterilizzazione non risolve:
• aggressività verso persone o cani
• reattività al guinzaglio
• possessività
• aggressività da paura
• insicurezza
• ansia
• problemi di gestione
• comportamenti appresi

Se una c***a ringhia, morde, è reattiva, è territoriale, è insicura, lo sarà anche da sterilizzata, se non si interviene sul piano educativo ed emotivo.

Gli estrogeni non servono solo alla riproduzione, ma anche alla regolazione dell’umore alla resilienza allo stress e alla stabilità comportamentale.

Toglierli bruscamente può scoprire fragilità latenti.

Quando la sterilizzazione della femmina ha senso???

Ha senso per motivi sanitari o gestionali, non educativi!!!!
Ad esempio per la prevenzione della piometra, per la riduzione rischio di tumori mammari (se fatta molto precocemente) o alla gestione riproduttiva ( qualora si possieda una coppia e non si vogliano fare cucciolate ).

Castrare il maschio lo rende più buono, o compatibile con altri maschi, visto che ancora si usa dire “ e ma tanto il mio è castrato, gli altri non lo rilevano come maschio…”

No. Castrare un maschio NON lo rende automaticamente più buono né più compatibile con altri maschi, e soprattutto è falso che “gli altri non lo rilevano come maschio”.

Un maschio castrato continua a essere letto come maschio.
Non diventa “neutro”, né “invisibile”.

Anzi: alcuni maschi interi reagiscono peggio ai maschi castrati, perché li percepiscono come incoerenti comunicativamente, insicuri e socialmente ambigui.

Il vero problema: confondere ormoni e comunicazione!!!

L’errore di fondo è questo: credere che “ testosterone” sia uguale a “ conflitto” ….quindi…
niente testosterone = pace.
Questo è FALSO!

La realtà è che il conflitto tra maschi raramente è sessuale.

Un maschio insicuro è più pericoloso, non più buono!!!

Detto tutto ciò…. Pensateci bene prima di decidere se sterilizzare o meno il vostro cane…. O quanto meno, informatevi a dovere prima di farlo…

19/12/2025

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17/12/2025

In molti casi i cani tenuti spesso in braccio mostrano più facilmente disagi emotivi, ma non perché stare in braccio sia “sbagliato” in sé. Il punto è come e perché viene fatto.

Alcuni aspetti chiave:

🐕 Il cane ha bisogno di sentirsi competente
Se viene sollevato spesso in situazioni che potrebbe gestire da solo (incontri, passeggiate, stimoli), può sviluppare insicurezza: “non sono capace, ci pensa il mio umano”.

😰 Rinforzo involontario della paura
Se un cane viene preso in braccio quando è spaventato o agitato, può associare: stimolo = pericolo reale. Questo può consolidare ansia e reattività.

🧠 Perdita di controllo e di scelta
Essere sollevati senza possibilità di allontanarsi o esplorare riduce la percezione di controllo, fondamentale per l’equilibrio emotivo.

🐾 I cani più piccoli sono i più esposti
Proprio perché “comodi” da prendere, spesso vengono trattati come cuccioli per tutta la vita, impedendo loro di sviluppare strategie di coping mature.

Detto questo, stare in braccio può essere anche positivo, se:

è una scelta del cane

avviene in un contesto calmo e sicuro

non sostituisce l’esplorazione, il movimento e le esperienze autonome

In sintesi:
👉 Non è il braccio che crea il disagio, ma l’uso del braccio come gestione sistematica delle emozioni del cane.

15/12/2025

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Gragnano
80054

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+393477189029

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