30/12/2025
NON ESSERE UN MOSTRO.
Proviamo a cambiare prospettiva.
Ogni anno, quando si parla di botti e fuochi d’artificio prima di Capodanno, la narrazione è quasi sempre la stessa: i cani, gli animali domestici, il loro spavento.
Eppure, a quanto pare, non basta. Non funziona. Allora facciamo un esercizio diverso. Ribaltiamo tutto.
Per un momento non parliamo dei cani.
Immaginiamo un anziano, magari solo in casa.
Un anziano che non sta bene, o che convive con una forma lieve di demenza.
Immaginiamo una persona malata, una persona che soffre.
Immaginiamo un neonato.
Immaginiamo un bambino neurodivergente, che può reagire con paura o iperstimolazione a rumori improvvisi e incontrollabili.
Immaginiamo chi affronta difficoltà neurologiche o psichiche.
Immaginiamo una donna o un uomo che ha semplicemente paura.
Immaginiamo chi vorrebbe passare l’ultima sera dell’anno a casa, in pace, senza dover resistere a ore di scoppi.
Immaginiamo chi ha il diritto di festeggiare con normalità.
Magari sì, accendendo una scintilla simbolica per salutare l’anno che finisce.
Ma senza subire una notte – o più notti – di bombardamenti.
Se allarghiamo lo sguardo a tutte queste persone, forse diventa più chiaro il punto:
non stiamo parlando di una tradizione.
Stiamo parlando di anarchia sonora, di mancanza di rispetto, di assenza di limiti.
E quando una “tradizione” genera paura, disagio, sofferenza diffusa, allora non è più una tradizione. È un problema.
Per questo è giusto dirlo chiaramente, senza ipocrisie e senza scorciatoie retoriche:
No botti.
Grazie.