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Il nostro numero zero , il prossimo parleremo di turismo selvaggio
19/06/2026

Il nostro numero zero , il prossimo parleremo di turismo selvaggio

L oro di Puglia , il grano !
19/06/2026

L oro di Puglia , il grano !

𝗠𝗮𝗿𝗴𝗵𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗦𝗮𝘃𝗼𝗶𝗮, 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗺𝗲𝗿𝗮𝘃𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮Molti anni fa Margherita di Savoia si annunciava già da lontano, qu...
11/06/2026

𝗠𝗮𝗿𝗴𝗵𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗦𝗮𝘃𝗼𝗶𝗮, 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗺𝗲𝗿𝗮𝘃𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮

Molti anni fa Margherita di Savoia si annunciava già da lontano, quando ancora si usciva da Barletta dopo aver salutato idealmente il colosso di Eraclio. All’orizzonte compariva una lunga tesa di piloni e cavi sospesi: era la teleferica del sale. Le benne, cariche del prezioso oro bianco, scorrevano lente verso il mare per scaricare il loro carico sulle navi. Era un’immagine che apparteneva al paesaggio e alla memoria collettiva. E quando quelle strutture apparivano all’orizzonte, in auto qualcuno esclamava sempre: «Siamo in provincia di Foggia!»
Oggi quel confine amministrativo sembra quasi scomparso dalla percezione dei viaggiatori, così come sono scomparsi i piloni della teleferica. Ma le Saline di Margherita di Savoia continuano a conservare intatto il loro fascino.
Come racconta Enrica Simonetti nel suo articolo, questo luogo è un viaggio dentro la natura, la storia e il lavoro dell’uomo. Le saline più grandi d’Europa si estendono per chilometri in un paesaggio che sembra appartenere a un altro continente. Attraversando la strada che costeggia i bacini, si incontra il primo canale, poi i grandi cumuli di sale che brillano sotto il sole come montagne innevate nel cuore dell’estate.
Il cielo è puntellato da una straordinaria avifauna: aironi, cavalieri d’Italia, avocette, gabbiani, sterne e decine di altre specie che trovano qui rifugio e nutrimento. Un patrimonio naturalistico che può essere paragonato solo a poche grandi aree umide europee, forse seconda soltanto alla celebre Camargue francese. Non a caso questo ecosistema è protetto dalla Convenzione di Ramsar e rappresenta uno dei più importanti ambienti umidi del Mediterraneo.
Percorrendo quella sottile lingua d’asfalto che separa le vasche salanti dai terreni sabbiosi dove crescono cipolle e carote, si entra in un mondo sospeso tra terra e mare. Alla fine degli anni Novanta arrivarono i primi gruppi di fenicotteri rosa. Ricordo ancora l’emozione di una visita in cui, trasgredendo ai divieti, mi inoltrai lungo il bordo delle vasche. All’orizzonte appariva una grande macchia rosa, sfocata dalla calura e dall’evaporazione. Eravamo increduli. Silenziosi. Felici. Quella presenza sembrava quasi irreale, eppure era lì, davanti ai nostri occhi.
Ma il miracolo più sorprendente arriva poco prima della raccolta del sale. Le vasche si tingono di un rosso intenso, quasi color sangue. Per chi non le ha mai viste, il fenomeno appare inspiegabile. Il mare, normalmente azzurro o verde, si trasforma in una tavolozza di sfumature rosse e violacee. È l’effetto di particolari microrganismi e alghe che prosperano nelle acque ad altissima salinità. Un fenomeno naturale che sembra un’opera d’arte e che si ripete ogni anno, trasformando le saline in uno degli spettacoli più straordinari del Mediterraneo.
Visitare le Saline di Margherita di Savoia significa dunque molto più che osservare il sale. Significa incontrare la memoria di un lavoro antico, ascoltare il vento che attraversa i canali, osservare i fenicotteri al tramonto, scoprire colori che sembrano impossibili e comprendere come natura e attività umana possano convivere da secoli creando un paesaggio unico.
Andateci senza fretta. Fermatevi ad osservare il volo degli uccelli, i riflessi dell’acqua e il bianco abbagliante delle montagne di sale. Perché a Margherita di Savoia il sale non è soltanto un prodotto: è storia, è cultura, è paesaggio. Ed è uno di quei luoghi della Puglia che, almeno una volta nella vita, meritano davvero di essere vissutihttps://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/2010141/sale-e-sole-lincanto-e-a-margherita-di-savoia.html.

La Puglia da conservare e proteggere dal profitto e turismo selvaggio.
07/06/2026

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Giovinazzo , Bari , la Puglia che incanta.
07/06/2026

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Tetti di Puglia. Bovino
30/05/2026

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Bovino , Monti Dauni
30/05/2026

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30/05/2026
𝐋𝐞 𝐂𝐡𝐞𝐫𝐚𝐝𝐢 𝐞 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞Taranto è un luogo che vive dentro una contraddizione continua. Da una parte il pe...
28/05/2026

𝐋𝐞 𝐂𝐡𝐞𝐫𝐚𝐝𝐢 𝐞 𝐥’𝐚𝐥𝐭𝐫𝐚 𝐓𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞

Taranto è un luogo che vive dentro una contraddizione continua. Da una parte il peso insostenibile dell’acciaio, del fumo, delle polveri, di quella fabbrica enorme che ancora oggi occupa l’orizzonte della città trasformando una delle baie più belle del Mediterraneo in simbolo di sofferenza ambientale e umana. Dall’altra, invece, una natura potentissima, quasi ribelle, che continua a emergere nonostante tutto. Ed è proprio questo contrasto che riaffiora anche nel bellissimo articolo di Enrica Simonetti dedicato alle Cheradi: l’idea di un luogo sospeso tra silenzio, storia, mare e memoria. Un arcipelago piccolo ma immenso dal punto di vista simbolico. Le isole di San Pietro e San Paolo non sono semplicemente lembi di terra davanti a Taranto. Sono il primo sguardo sulla città dal mare, il primo respiro dello Ionio. E spesso, quasi fosse un rito antico, sono i delfini ad accompagnare quell’ingresso con i loro salti improvvisi, come a voler ricordare che questo golfo appartiene ancora alla natura prima che all’industria. Le Cheradi raccontano una Taranto che potrebbe esistere davvero. Una città capace di vivere della propria storia millenaria, della Magna Grecia, dell’archeologia sommersa, delle correnti del Mar Grande e del Mar Piccolo, dei due seni che sembrano lagune interne alimentate da sorgenti vive. Un ecosistema unico, fragile e straordinario, che avrebbe potuto rappresentare uno dei più importanti laboratori ambientali e culturali del Mediterraneo. Invece il destino industriale della città ha finito spesso per trasformare quella ricchezza in un freno allo sviluppo autentico. Taranto è stata consumata dallo scempio edilizio, dalle speculazioni, dalle ruberie antiche e moderne, dalla mancanza di visione. Eppure continua a possedere qualcosa che nessuna devastazione è riuscita a cancellare: il senso profondo del mare e della storia. Nell’articolo di Enrica Simonetti le Cheradi appaiono quasi come un luogo iniziatico, dove il tempo rallenta e il paesaggio obbliga a guardare oltre il rumore contemporaneo. Ed è forse questa la chiave più importante: immaginare finalmente una Taranto che torni a partire da sé stessa. Un approdo via mare in cui un visitatore trovi non soltanto vecchie batterie militari o fortificazioni abbandonate, ma percorsi culturali, memoria storica, tutela ambientale, racconti della Grecia antica, della marineria tarantina, della biodiversità del Mar Piccolo. San Pietro e San Paolo: due nomi che sembrano quasi indicare una direzione morale oltre che geografica. Due apostoli che idealmente potrebbero annunciare un altro vangelo civile: quello del rispetto della natura, della dignità degli uomini, della convivenza tra lavoro e vita. Perché Taranto non può essere ricordata soltanto per il fumo delle ciminiere che ancora occupano l’orizzonte. Taranto è anche il vento dello Ionio, le acque sorgive del Mar Piccolo, le pietre antiche consumate dal sale, le fortezze sul mare, i silenzi delle Cheradi e quei delfini che ancora oggi, ostinatamente, continuano a dare il benvenuto a chi arriva dal mare.https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/1992819/cheradi-le-isole-maestre-damore.html

𝗥𝗼𝗰𝗮 𝗩𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗺𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗺𝗶𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗮L'articolo di Enrica Simonetti pubblicato oggi sulla Gazzetta mi ha co...
14/05/2026

𝗥𝗼𝗰𝗮 𝗩𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗲𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗺𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗺𝗶𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗮

L'articolo di Enrica Simonetti pubblicato oggi sulla Gazzetta mi ha colpito molto, perché racconta Roca Vecchia non come semplice cartolina estiva, ma come un luogo in cui acqua, archeologia, mito e memoria si tengono insieme. Un tratto di costa fragile e potentissimo, dove il mare non è solo bellezza, ma archivio vivente di passaggi, approdi, civiltà.
Come potevo non parlarne, avendo un figlio a cui abbiamo dato il nome di Enea? Ricordo le sue prime domande su T***a, sulla fuga, sul viaggio, sugli approdi. Non potevo che raccontargli anche delle ipotesi legate all’arrivo di Enea sulle coste orientali d’Italia, lungo quell’Adriatico pugliese che da Roca Vecchia a Porto Badisco conserva suggestioni profonde, fino al cosiddetto “porto di Enea”.
Enrica Simonetti, nel suo articolo, invita proprio a guardare Roca con occhi diversi: non solo come meta di bagni e fotografie, ma come luogo abitato dalla storia. Cita il mare smeraldo, le grotte, le rocce, le tracce archeologiche, le incisioni, la presenza messapica, i segni di un passato che affiora ancora tra pietra e acqua. Roca Vecchia, tra San Foca e Torre dell’Orso, non è soltanto uno dei luoghi più belli del Salento: è una soglia del Mediterraneo.
E intorno a Roca tutto sembra dialogare con questa memoria. San Foca, con il suo porto e la sua costa aperta. Torre dell’Orso, con le sue falesie e i suoi faraglioni. Sant’Andrea, con gli archi scavati dal mare. Otranto, porta d’Oriente, città di incontri, invasioni, partenze e ritorni. Porto Badisco, legato anch’esso al mito di Enea e alla Grotta dei Cervi, uno dei luoghi più straordinari della preistoria europea. Più a sud, Santa Cesarea Terme, Castro, Tricase Porto, fino a Santa Maria di Leuca, dove l’Adriatico e lo Ionio si incontrano come due grandi respiri del Mediterraneo.
Il fascino di questa storia ha accompagnato anche mio figlio Enea, fino a portarlo a vivere parte dell’estate proprio in quel tratto di mare dove mito e storia sembrano sovrapporsi. Lì non c’è solo turismo. C’è una memoria antichissima. C’è l’età del Bronzo, ci sono i Messapi, ci sono i naviganti, i pastori, i pescatori, i popoli arrivati dal mare.
Il punto, come suggerisce bene l’articolo di Enrica Simonetti, è che spesso attraversiamo questi luoghi senza conoscerli davvero. Li consumiamo, li fotografiamo, li affolliamo, ma dimentichiamo che sotto i nostri passi c’è una storia millenaria. Roca Vecchia non chiede solo di essere ammirata. Chiede rispetto, cura, protezione.
Perché quel tratto di costa non è soltanto mare bellissimo. È un libro aperto sulla nostra memoria mediterranea. E ogni volta che lo riduciamo a consumo, incuria o turismo selvaggio, perdiamo un pezzo della nostra storia.Acqua e archeologia, siamo a Roca Vecchia - Gazzetta del Mezzogiorno https://share.google/0KsmekXfWuiF8wwSC

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