29/10/2026
La felicità, a volte, è una strada da percorrere
Ci arrivai per caso, lungo la Via dell’Acqua. Era una giornata d’autunno, una di quelle in cui la Valle d’Itria sembra cambiare voce: l’aria è più fresca, la luce si fa morbida e i colori della campagna diventano più intensi. Ero andato all’ashram, il centro di meditazione induista fondato da Lisetta Carmi, per fare qualche fotografia. Non immaginavo che quella giornata mi avrebbe portato a scoprire un luogo che poi sarebbe rimasto nei miei ricordi.
A un certo punto mi ritrovai davanti a un viale. Chiesi che strada fosse e mi dissero che era una ciclovia. Qualche giorno prima avevo letto sulla Gazzetta un articolo su quel percorso, ancora in costruzione: partiva da Figazzano e arrivava fino a contrada Galante, nel territorio di Martina Franca. Fu sufficiente quel ricordo per accendere la curiosità. Quasi come un bambino, reflex al collo, mi incamminai verso il ponte che attraversa la provinciale Martina Franca-Ostuni.
Allora in pochi conoscevano quella strada. Per molti era ancora una novità, quasi un segreto riservato agli addetti ai lavori. Io invece sentii subito il desiderio di seguirla, passo dopo passo, senza sapere bene dove mi avrebbe portato. Il paesaggio si apriva davanti a me con una bellezza discreta: trulli abbandonati, muri a secco, ruderi che custodivano storie dimenticate, cancelli con cognomi illustri. Ma più di tutto mi affascinava la natura, presente e libera, capace di prendersi i suoi spazi e di accompagnare il cammino senza bisogno di farsi notare.
Camminavo e fotografavo. Ogni curva sembrava offrire una nuova immagine: una pietra consumata dal tempo, un albero solitario, un trullo che resisteva alla solitudine, la luce che filtrava tra i rami. Era una campagna autentica, lontana dal rumore e dalla fretta. E forse proprio per questo mi sembrò di entrare in un paesaggio da fiaba, dove il tempo aveva rallentato.
Solo più tardi compresi fino in fondo la portata di quel progetto: poter seguire a piedi o in bicicletta il tracciato dell’Acquedotto Pugliese, attraversando paesaggi, borghi e campagne che spesso ignoriamo pur avendoli vicini. Una strada che mette in relazione natura e memoria, invita a muoversi con lentezza e ci restituisce il piacere semplice di arrivare con le nostre gambe.
Molto tempo dopo sono arrivato alla pineta Ulmo, a Ceglie Messapica. Ricordo il profumo del bosco e il terreno coperto di ghiande di fragno. Intorno, fragni e alberi di noce, vigneti che mutavano colore: prima il giallo, poi le tonalità calde del rosso vermiglio. Camminare lì, in autunno, significava assistere a una trasformazione silenziosa. La natura sembrava spogliarsi, ma in realtà si preparava a custodire la vita e a rinnovarsi.
Poi, dopo pochi metri, Ceglie Messapica. Una città che conserva nel suo paesaggio le tracce di una storia antica e nel suo centro il piacere di fermarsi, passeggiare e assaporare. La sua tradizione gastronomica è parte della sua identità: decine di ristoranti e trattorie raccontano una cucina radicata nel territorio. E prima di ripartire c’è sempre una sosta che merita: acquistare i biscotti cegliesi, così particolari da essere inconfondibili. D’estate, poi, ci si può concedere un buon spumone, una pausa fresca dopo una giornata trascorsa tra sentieri e vicoli.
Ho letto con grande piacere l’articolo di Enrica Simonetti, La bicicletta è felicità tra i Messapi di Ceglie. Le sue parole riportano alla luce i ricordi d’infanzia legati alla bicicletta: il padre che insegna a pedalare, le prime cadute, la scoperta di potersi muovere da soli. E da quei ricordi l’articolo ci conduce a Ceglie e ai suoi itinerari, tra chiese rurali, muretti a secco, profumi, pietre antiche e paesaggi che meritano di essere attraversati senza fretta.
È bello quando un articolo riesce a fare questo: racconta un luogo e, nello stesso tempo, risveglia i ricordi di chi quel luogo l’ha incontrato per caso, magari con una macchina fotografica al collo e il desiderio di vedere cosa c’è oltre il ponte.
Perché non sempre serve partire lontano per sentirsi viaggiatori. A volte basta una strada, un bosco d’autunno, una bicicletta o un paio di scarpe comode. Basta fermarsi, guardare, lasciarsi sorprendere. E ricordare quella voce che ci ha insegnato a pedalare, accompagnandoci con pazienza mentre imparavamo a tenere l’equilibrio.
La felicità, forse, è anche questo: scoprire che una strada conosciuta da pochi può condurci dentro un paesaggio nuovo e farci sentire, ancora una volta, come bambini in cammino.https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/2189945/la-bicicletta-e-felicita-tra-i-messapi-di-ceglie.html